Ripartire dai territori per riformare la politica

Uno dei sintomi più vistosi della crisi in cui versa la democrazia in Italia è la difficoltà crescente che si trova nello scegliere persone disponibili a candidarsi a sindaco. Le cronache hanno parlato e parlano ampiamente delle situazioni di Roma, Milano, Napoli e grandi città ma anche nelle città minori e nei paesi da cui è intessuto il corpo della nazione è sempre più frequente trovare una sola lista in lizza quando non manchi del tutto chi voglia partecipare all’elezione.

Possiamo parlare anche in questo caso di eterogenesi dei fini. A cavallo tra gli anni ottanta e novanta dello scorso secolo, infatti, nelle amministrazioni locali di ogni tendenza, si era fatta strada l’idea che – per arginare le difficoltà di governo dovute alle necessarie e inevitabili alleanze tra partiti diversi  e assegnare maggiori poteri decisionali ai sindaci –fosse necessario approvare una legge per l’elezione diretta dei sindaci come fu fatto. 

A quasi trent’anni da quella legge e dopo altri interventi che hanno messo malamente mano all’ordinamento degli enti locali (pensiamo ad  esempio alla distruzione amministrativa delle province) è doverosa una riflessione su un tema delicato e importante perché riguarda il governo dei luoghi in cui si svolge principalmente la vita e l’attività delle persone.

L’elezione diretta ha portato indubbi vantaggi alla funzione del sindaco: innanzitutto ha garantito la stabilità – pur con le inevitabili eccezioni – e gli ha dato un potere d’iniziativa che non ha bisogno di mediazioni com’era indispensabile quando il sindaco, come pure i diversi assessori, era eletto dal consiglio comunale, il che era spesso occasione di conflitti (le famose “crisi”) e anche di cambiamenti nel corso del mandato.

Io stesso diventai sindaco una prima volta grazie alla crisi della maggioranza e sono stato tra quegli amministratori che, in seno all’Associazione dei comuni, erano favorevoli all’elezione diretta.

Per quei paradossi che la storia non si risparmia mai successe tuttavia che una riforma nata per dare efficienza e contenere le pretese dei partiti fosse approvata nei primi mesi del 1993, in piena Tangentopoli che aveva iniziato a distruggere gli storici partiti della democrazia italiana. 

Il nuovo  meccanismo elettorale  aggiungeva al peso del sindaco un consiglio di fatto monocolore mentre con il passare degli anni e altre modifiche legislative il ruolo dei consigli comunali veniva ridimensionato nel  numero e nelle competenze.

Il risultato? Un  sindaco “onnipotente” blindato nella sua lista o coalizione di liste e una opposizione di fatto fragile confinata in una  tribuna protestataria. Per converso il sindaco dai pieni poteri diventa così protagonista suo malgrado e addirittura responsabile ( si pensi all’avviso di garanzia inviato al sindaco di Crema per un incidente avvenuto in una scuola materna del comune) di ogni evento cittadino, bello o brutto che sia.

Saggezza politica vorrebbe che si iniziasse una riflessione profonda sugli enti locali per restituire ai cittadini una possibilità reale di partecipare alle vicende della propria città.

L’attuale situazione, infatti, fa sì che le candidature a sindaco e le prospettive dei comuni vengano decise in circoli ristretti e sulla base di una possibile attrattiva mediatica dei candidati  piuttosto che sulle necessità cittadine e in base alle loro  conoscenze, competenze, attitudini al dialogo e al governo.

Non è poi raro vedere sindaci che considerano l’elezione diretta come l’acquisizione di un potere assoluto sulla città  e ne fanno oggetto di iniziative ispirate da ideologie e interessi  (propri o di chi li ha proposti alla carica) infischiandosene del sentimento dei cittadini ai quali non restano molti strumenti per una manifestazione democratica del proprio dissenso.

L’esempio più attuale di quanto  affermato lo vediamo a Milano dove il sindaco – opportunisticamente colpito sulla via di Damasco della rivoluzione verdista – riempie la città di piste ciclabili senza preoccuparsi delle difficoltà  create per il traffico e per le attività commerciali penalizzate da queste iniziative.

Nessuno può farsi padrone della città: essa è il luogo normale della convivenza civile tra le persone che qui hanno casa, vi educano i figli, in maggioranza vi lavorano,  vivono appartenenze amicizie e fedi diverse, prendono iniziative nei diversi campi della vita in comune che la rendono viva e bella.

Il sistema dei partiti nella prima repubblica era il tramite attraverso il quale lo svilupparsi della vita cittadina  arrivava al consiglio comunale e al sindaco.  

La distruzione di quel sistema e l’annichilimento dei corpi intermedi ha di fatto ridotto questo indispensabile legame, impoverendo il dibattito pubblico e la partecipazione alla vita amministrativa lasciando così un ruolo sproporzionato a delle élite che si sono spesso formate senza alcun controllo democratico.

Credo che un rinnovamento della politica di cui si sente il bisogno nel nostro Paese abbia bisogno di ripartire dai territori, da città e paesi in cui è ancora vivo (o può essere ancora tonificato e rinnovato) il legame con chi sceglie il non facile impegno a servizio della comunità civile.

Didascalia: seduta di Consiglio comunale (credit comune di Lecco)

Giulio Boscagli ©

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