Nel 2026 è cambiata la tassazione delle auto aziendali che rientrano, da tempo, nella normativa dei cosiddetti “fringe benefit”. Il legislatore europeo ha formulato nuove aliquote basate sulle emissioni in modo da mutare il costo fiscale per le vetture. Così il dipendente che abbia in uso un’auto diesel o benzina spende di più rispetto ad un collega che scegliesse una vettura elettrica.
Il risultato è che la Legge di bilancio 2026, avendo recepito la normativa europea, ha introdotto un regime fiscale agevolato per incentivare l’uso di veicoli a basso impatto ambientale, come auto elettriche e ibride plug-in e nel contempo ha provveduto ad assoggettare ad una tassazione piuttosto onerosa i veicoli a combustione interna (benzina o diesel).
Giusto per capirci: il valore imponibile annuo per una vettura di media cilindrata (con 15.000 Km di percorrenza nei 12 mesi e un costo chilometrico Aci di 0,60 euro) è di € 900 per vettura elettrica (Bev), di € 1.800 per ibrida plug-in (Phev) e di € 4.500 per diesel, benzina o hybrid.
In pratica chi non acquista un mezzo elettrico ha un costo che è cinque volte superiore rispetto a chi si piega all’elettrico. Bravi, proprio bravi, i nostri “condottieri” europei.
Insomma, visto il fiasco dell’elettrico, i solerti leader di Bruxelles, con i loro compiacenti burocrati imbevuti d’ideologia green, hanno provveduto a costringere le aziende ad adottare auto elettriche per rinnovare il proprio parco auto.
Milioni di cittadini europei rifiutano di acquistare vetture elettriche e insistono nel prenotare quelle con motori diesel o a benzina? Male, devono essere ubbidienti e fare ciò che Von der Leyen, Timmermans, Macron e Draghi hanno deciso per il loro bene: spostarsi su mezzi elettrici.
Costoro hanno decretato che la mobilità dovrà essere assicurata sempre più da vetture a zero emissioni; peccato, però che non abbiano ancora quantificato l’impatto inquinante che sarà provocato nel pianeta quando si provvederà allo smaltimento di miliardi di batterie.
Piccolo particolare: in Cina, che ha il primato dell’industria automobilistica ed è un Paese con oltre 1 miliardo e quattrocento milioni di cittadini, la metà dei mezzi in circolazione è ancora dotato di motori endotermici.
Certo la vendita di vetture elettriche sta crescendo anno dopo anno, ma a Pechino nessuno si sogna, almeno per ora, di abbandonare il petrolio per autotrazione e men che meno il carbone per produrre energia.
I cinesi si stanno dimostrando molto concreti e perseguono l’obiettivo di far crescere la loro economia senza lacci e laccioli. Il green lo lasciano volentieri a noi europei, insieme all’uso scellerato della piattaforma TikTok, per citare uno degli esempi di accorta attenzione di ciò che è utile non circoli nel web.
Insomma solo l’Unione Europea fa la guerra alle fonti fossili non rinnovabili.
Torniamo alle auto aziendali. Invece di venire incontro alle esigenze di chi usa la vettura come strumento di lavoro si fa di tutto per penalizzarlo.
Sembra che a Bruxelles studino i sistemi più sofisticati per complicare la vita agli europei. È disarmante come il cittadino medio italiano sia costretto quotidianamente a districarsi tra la miriade di impedimenti burocratici dettati da Amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli, sulle quali ora giganteggia quella europea.
Qui non si tratta solo di restituire sovranità alle singole nazioni. Qui si tratta di mandare a casa presto una classe dirigente europea che s’è mostrata inetta al ruolo che ricopre (e, in qualche caso, che avrebbe commesso addirittura degli illeciti penalmente perseguibili).
L’Unione Europea avrebbe dovuto migliorare la condizione di vita di milioni di persone, ma ha fallito. Sarebbe interessante, per esempio, sapere il pensiero degli europei sulla guerra in Ucraina; se siano convinti di dover continuare a sostenere Kiev contro Mosca.
Così sarebbe anche utile conoscere il loro parere sulla presenza dei musulmani, capire se li percepiscono come una risorsa o come un problema.
L’abbiamo già notato, ma lo ripetiamo: l’Europa ha fallito per avere rinunciato alla propria anima che è l’impasto di quei valori giudaico-cristiani irradiatisi, come sosteneva san Giovanni Paolo II, «da Cabo da Roca (Portogallo) a oltre gli Urali (Russia)».
