Bruxelles torni a ricordarsi del Natale

Se non è stato realizzato pienamente il proposito del patriota torinese Massimo D’Azeglio (1798-1866):”Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, parafrasandolo, possiamo aspettarci che stia in piedi: “Fatta l’Europa bisogna fare gli europei”?

Alla luce di quanto sta accadendo da anni nel Vecchio Continente, mentre constatiamo che esistono gli europei, con centinaia di diverse tradizioni e storie, dell’Europa possiamo solo dire che esiste, certamente, ma come”espressione geografica”(copyright Klemens Metternich 1773-1859).

Dai Trattati di Roma del 25 marzo 1957 – che istituirono la Cee (Comunità economica europea ) e l’Euratom (Comunità europea dell’energia atomica) – tanta acqua è passata sotto i ponti.

Ancora di più ne è passata dal 9 Maggio 1950 quando tre statisti cattolici, il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi, diedero il via a quel progetto di Comunità del carbone e dell’acciaio che avrebbe dovuto, nelle loro intenzioni, portare ad un autentico processo d’integrazione europea.

È grazie alla loro lungimiranza se, a parte la parentesi del conflitto balcanico, da almeno quattro generazioni gli europei vivono in pace. Settantacinque anni di serenità in cui milioni di persone hanno potuto prosperare è un fatto molto importante da tenere sempre presente, un primato di cui essere orgogliosi e da custodire gelosamente.

La pace, come la libertà, non sono valori che, una volta acquisiti, sono “per sempre”,come induce a credere la corrosiva pubblicità a sostegno della vendita dei gioielli.

Occorre un vigilante quotidiano impegno da parte di milioni di persone per mantenere stabile l’inscindibile binomio che lega la pace alla libertà e a questi due valori l’altrettanto essenziale bene, quello della giustizia.

La domanda che però oggi ci poniamo è: quanti degli otto obiettivi del Trattato di Roma (Cee) sono stati realizzati?

I padri fondatori dell’Europa, ispirati dalla comune fede in Dio, s’erano proposti di «porre le basi per una «unione ancora più stretta fra i popoli dell’Europa; assicurare il progresso economico e sociale dei loro Paesi attraverso un’azione congiunta per eliminare le barriere commerciali e di altro genere tra loro; migliorare le condizioni di vita e lavorative dei loro cittadini; garantire un commercio equilibrato e un’equa concorrenza; ridurre il divario economico e sociale fra le varie regioni della Cee; abolire gradualmente le restrizioni legate al commercio internazionale attraverso una politica commerciale comune; attenersi ai principi della Carta delle Nazioni Unite; unire le proprie risorse per preservare e rafforzare la pace e la libertà e invitare gli altri popoli europei a condividere questo ideale unendosi ai loro sforzi».

Ebbene, visto che siamo in clima natalizio in cui “tutti dobbiamo essere più buoni”, ad essere generosi, possiamo riconoscere che solo tre obiettivi su otto sono stati raggiunti.

Siamo ancora molto distanti dall’Europa sognata da De Gasperi, Adenauer e Schuman. La nomenclatura di Bruxelles ha smarrito la strada maestra indicata dai Tre Grandi credenti che avevano concepito un Vecchio Continente ben radicato sui pilastri della solidarietà e dell’inviolabilità delle tradizioni dei suoi popoli.

Un grande europeista come san Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa” del 28 Giugno 2003, indica un percorso da seguire per evitare la dissoluzione del sogno europeo intravisto anche da un politico navigato come Emma Bonino quando spiega che «ci siamo fermati alla moneta unica, ma si è inceppata la dinamica di coesione, con una governance sbilenca, contemporaneamente si è bloccata tutta la dinamica di integrazione politica dell’Europa».

Rileva dunque il Santo Pontefice che «il tempo che stiamo vivendo appare come una stagione di smarrimento. (…) È smarrimento della memoria e dell’eredità cristiane, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia.

Non meravigliano più di tanto, perciò, i tentativi di dare un volto all’Europa escludendone la eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana, fondando i diritti dei popoli che la compongono senza innestarli nel tronco irrorato dalla linfa vitale del cristianesimo».

Prendono così corpo i tentativi «di presentare la cultura europea a prescindere dall’apporto del cristianesimo che ha segnato il suo sviluppo storico e la sua diffusione universale.

Siamo di fronte all’emergere di una nuova cultura, in larga parte influenzata dai mass media, dalle caratteristiche e dai contenuti spesso in contrasto con il Vangelo e con la dignità della persona umana».

La conclusione è che tagliando le proprie radici giudaico-cristiane l’Europa inaridisce e muore.

Alberto Comuzzi ©

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