Lo stucchevole teatrino della liberazione di una rapita

Siamo felici del rientro in patria di Silvia Romano, la volontaria milanese rapita in Kenya il 20 Novembre 2018. Felici per lei e per i suoi genitori, parenti e amici che per diciotto mesi hanno vissuto nell’angoscia di non rivederla più sapendola nelle mani di ignoti delinquenti.

Siamo molto soddisfatti per il lavoro delle nostre forze di sicurezza che diligentemente hanno assolto il complicato compito di ridare la libertà alla nostra giovane connazionale.

Per nulla soddisfatti siamo invece della messa in scena con cui il Primo Ministro e il Ministro degli Estri sono andati a ricevere la giovane all’aeroporto di Ciampino, sia per farsi pubblicità, sia per distrarre l’opinione pubblica dalle manifeste carenze del loro operato. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è arrivato a commentare la liberazione della Romano con un lapidario: «un segnale che lo Stato c’è».

Questo Stato, purtroppo c’è, ma si comporta male, molto male. Il governo Conte, infatti, ha coerentemente confermato una tradizione consolidata e graniticamente perseguita da molti altri governi precedenti al suo, in fatto di rapimenti e di ricatti al nostro Paese.

Per liberare un ostaggio l’Italia paga, sempre; magari contratta un pochino sul prezzo, ma paga. In questo modo alimenta un circolo vizioso: premia i ricattatori (che usano il denaro estorto per acquistare, armi ed esplosivi con cui compiere attentati prevalentemente contro Paesi occidentali), mette a rischio il proprio personale investigativo, si indebita con le intelligence di altre nazioni (nel caso della Romano con la Turchia e la Somalia) e accresce il malcontento (e la disistima) di tutti quegli Stati che non trattano con i rapitori, siano essi terroristi o delinquenti comuni.

Chi ha superato i sessant’anni ricorderà bene la stagione in cui la ‘ndrangheta si sovvenzionava con i sequestri di persona. Per stroncare questo infame reato la Magistratura fu messa in grado di bloccare i conti correnti dei famigliari dei rapiti in modo da impedire che i ricattatori potessero ottenere ciò che a loro premeva, il denaro. In poco tempo i rapimenti diminuirono fino a scomparire.

Uno Stato serio non tratta con criminali, né domestici, né tanto meno stranieri. Uno Stato serio ha il dovere di educare i propri cittadini ad essere altruisti, solidali, ma ha anche l’obbligo di insegnare a loro che se vanno volontariamente a fare del bene in un Paese a rischio, devono essere consapevoli a che cosa vanno incontro ed assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

Spetta al soggetto che opera in zone a rischio (azienda, Onlus, associazione, etc.) tutelare il proprio personale. Non può essere sempre il contribuente italiano a dovere pagare per la pur nobile e generosa opera di un italiano che si sente votato a fare del bene al prossimo.

Anche l’altruismo ha dei rischi personali che non è corretto addossare ad altri. La lodevole generosità di tanti nostri giovani non è meno apprezzabile se esercitata in luoghi non esotici.

Abbiamo tante aree di frontiera anche nel nostro Paese; con un pizzico di buona volontà si possono individuare e non è affatto scontato che chi beneficiasse di tanto altruismo pretendesse pure di convertire al proprio credo colui o colei che glielo avesse dimostrato.

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