Una vicenda di umili fatti grandi dal mistero che li avvolge

A 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni riproponiamo il primo di una serie di riflessioni sull’opera del grande scrittore che Giulio Boscagli aveva svolto nel 1985. In occasione del bicentenario della nascita

Nel 1985 si è celebrato in tutta Italia il bicentenario della nascita di Alessandro Manzoni. Anche a Lecco numerose furono le iniziative coordinate da un apposito comitato istituito dal Comune di Lecco, di cui a quel tempo ero assessore alla cultura, e affidato alla guida del prof. Lamberto Riva, Preside del liceo classico “Manzoni”. Tra le molte iniziative anche la celebrazione degli ultimi due Congressi Manzoniani Nazionali e, tra le curiosità, la scelta di titolare il nuovo ponte sull’Adda al grande scrittore.

Anni dopo anche il nuovo ospedale sarà dedicato a Manzoni continuando un legame che dura nel tempo. Il Resegone, che a quel tempo era il settimanale cattolico del territorio lecchese autorevolmente diretto da don luigi Stucchi, pubblicò nel corso dell’anno due inserti a colori dedicati all’evento e chiese anche a me un contributo che, adattato, ripropongo di seguito come primo contributo per il 150esimo della morte.Nel testo sono citati Mario Sansone, illustre critico letterario, e don Umberto Colombo a quel tempo Conservatore della casa del Manzoni a Milano e importante studioso del Manzoni. Nell’articolo c’è una polemica sul fatto che in quegli anni in alcune scuole lo studio del Manzoni era trascurato e sostituito da autori più moderni.

Conversando con gente di scuola non finisce di stupirmi la sostanziale estraneità di questo mondo con il Manzoni e la sua opera. Quasi a voler documentare nei fatti come non basti inserire d’imperio nei programmi questa o quella materia perché immediatamente nasca verso di essa quell’umana simpatia che è la base necessaria per apprendere. La scuola italiana in effetti “consuma” molto Manzoni: nelle superiori ad esempio ne legge il romanzo nei primi anni e poi lo riprende nella storia della letteratura. Così si deve e così si fa. (Quasi sempre, almeno: pare siano in diminuzione quei bei tipi di professori che usavano sostituire il Manzoni e con lui il padre Dante con opere di facile consumo),

Il risultato è quello che accennavamo poc’anzi: una sostanziale estraneità del Manzoni non solo alla cultura scolastica ma alla contemporanea cultura nazionale nel suo complesso.
Ci sono, è inteso, le necessarie eccezioni che non possono esser scordate né io possiedo autorità alcuna per potermi addentrare a giudicare lo sviluppo dei mille rami per i quali la letteratura dei nostri giorni si diffonde e cresce.

Desidero solo proporre al lettore che avrà la bontà di seguirmi qualche riflessione fatta non come addetto ai lavori ma come uno che ama ancora stupirsi di quanto nell’opera del Manzoni può essere trovato e ritrovato.

Sono convinto che l’estraneità cui accennavo derivi in larga misura dall’estraneità della sua concezione del mondo al clima culturale oggi largamente prevalente ma che da sempre ha dominato gli ambienti delle élite culturali: quelli, per intenderci, che hanno determinato le linee interpretative non solo della nostra letteratura nazionale ma anche della storia e dell’evoluzione culturale in genere.

Lo ha detto con molta decisione Mario Sansone all’ultimo Congresso di Studi Manzoniani tenutosi a Lecco nel 1983:”…Signori, è inutile tacerlo o dissimularlo: il nodo donde deriva tutto l’antimanzonianismo (…) è l’imperterrita fede religiosa manzoniana, cattolica ed ortodossa (…) io credo che sia il caso di dire sempre più apertamente (chi scrive non è né cattolico né credente) che tutta la grandezza del Manzoni, in tutto il suo orizzonte, si illumina della sua religiosità. E’ difficile perciò penetrarne tutta la grandezza ed anche i chiaroscuri senza mettersi in sintonia con questo suo modo di essere e di vedere le cose.

Le nostre considerazioni le trarremo da uno sguardo al romanzo manzoniano. Abbiamo qui la piccola storia di gente umile che sviluppa il suo intreccio sul fondale della Storia con la maiuscola, quella dei libri di testo, dei grandi avvenimenti. La microstoria nella macrostoria, come si usa dire oggi.

Ma a ben guardare non si potrà non riconoscere che tale divisione in realtà non esiste, è piuttosto lo scorrere dei piani come in una ripresa cinematografica, ora in primo piano i personaggi, ora la scena abbandonata al campo lungo e ai paesaggi: c’è piuttosto la sottolineatura ora di un aspetto ora di un altro (e non manca neppure il flash-back) di un’unica unità narrativa.

La ricerca storica più recente ci ha insegnato ad analizzare i particolari della vita quotidiana e non solo lo scorrere dei grandi avvenimenti: a occuparci della vita comune del popolo e non solo di quella delle famiglie regnanti, nobili, potenti.

Sotto questo profilo l’aspetto storico del romanzo è quanto mai moderno. Ma se andiamo oltre, portando con noi come nostra bussola le coordinate di riferimento del prof. Sansone, allora ci rendiamo conto che esso non è che il frutto di una precisa filosofia, o meglio teologia, della storia.

Al centro di questa concezione, che è della storia e perciò della vita, sta la coscienza di un avvenimento accaduto nella storia dell’uomo e che continua ad accadere sia che gli si voglia lasciare spazio, sia che ci si opponga ad esso. L’avvenimento, è chiaro, è la Redenzione, l’Incarnazione del Cristo, la presenza reale di un Dio “che atterra e suscita, che affanna e che consola”.

E’ questo Dio che muove la storia, è Lui il vero protagonista. Ma attenzione, il Dio di Alessandro Manzoni è il Dio cristiano, non Ente supremo, né astratta divinità. E’ il Dio che si fa uomo, il Dio che è originaria immagine di ogni uomo, del tremebondo curato don Abbondio come dell’altero Innominato, del pio Federigo e delle umili comparse che popolano il romanzo: dei piccoli e dei grandi della storia. “Nui/ chiniam la fronte al Massimo/ Fattor che volle in lui/ del creator suo spirto/ più vasta orma stampar”.

E’ difficile penetrare questa teologia della storia senza al tempo stesso penetrarne la fede che la genera. In quel medesimo citato congresso don Umberto Colombo ci ricordava che “Manzoni [chiede] di esser letto tutto per essere capito. Tuttavia non basta leggerlo: occorre saper penetrare le ragioni più intime che stanno prima della scrittura (…) occorre o una sintonia con l’uomo e le sue pagine o, almeno, un’accoglienza preliminare”.

Compito che diventa più difficile ogni giorno che passa, dal momento che tutto sembra congiurare perché alla fede e alla vitale operosità della fede, si richiudano spazi e prospettive.

Per il Manzoni non c’è una grande storia che non riguardi anche la mia piccola privata vicenda: anzi, a ben vedere, c’è solo la mia privata vicenda che mi interessi realmente dal momento che ho solo la mia vita da vivere e nessuna generica umanità può impedire il mio privato, personale grido alla felicità. Dire vicenda personale non significa per questo annullare la compagnia degli altri uomini, il suo senso, il suo gusto.

I personaggi, ma sarebbe meglio dire le persone, del Manzoni, sono il luogo della manifestazione della potenza del Creatore, ed è questo che li unisce ben al di là di quello che li può dividere. A quest’essenziale comunione ci si può sottrarre solo rifiutandola, ma è la natura stessa delle cose a spezzare l’orgoglio dell’uomo. Così sarà di don Rodrigo, così è di Gertrude che “i parenti l’avevano educata all’orgoglio, a quel sentimento cioè che chiude i primi aditi del cuore ad ogni sentimento cristiano e li apre a tutte le passioni”.
Ma per chi non rifiuta l’appartenenza a un disegno, il particolare dell’esperienza diventa il luogo della manifestazione della potenza e della misericordia di Dio. Che altro è infine la provvidenza manzoniana?

La storia del Manzoni è una vicenda di poveri e non di miserabili (ci si passi la voluta allusione al concomitante centenario di Victor Hugo certamente assai più in sintonia con questa cultura odierna tanto ghiotta di masse e di destini e tanto restia a fissare il volto dell’uomo), è una vicenda di umili fatti grandi dal mistero che li avvolge. Mistero di un uomo salvato con tutto il corredo della propria tribolata umanità.

Sembra che il Manzoni abbia fatto propria la parola dell’agostiniano De Civitate Dei:”Perplexae quippe sunt istae duae civitates invicemque permixtae”. Sono intricate fra loro e confuse le due città, quella divina e quella terrena, fino a che il giudizio finale non le separi. La moderazione di tante sentenze manzoniane non deriva dal timore del giudizio (molti e netti sono infatti anche i suoi giudizi in materia di fede e di avvenimenti contemporanei), quanto piuttosto dal riconoscimento del limite che il giudizio stesso trova nella complessità della vicenda umana e dalla presenza di un solo vero Giudice.

In questa concezione della vita c’è un solo modo per ottenere la perfetta letizia, ed è quello di aderire fino all’estremo alla volontà che si manifesta su ciascuno di noi: Come fa dire ad Ermengarda: “Quella via / su cui ci pose il ciel, correrla intera /conviene, qual ch’ella sia, fino all’estremo”.

Pubblicato come supplemento de Il Resegone al n. 10 del 8 marzo 1985 in occasione del bicentenario manzoniano 1795-1985.

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