Il Senato boccia la teoria del gender

Una felice coincidenza ha fatto sì che la presentazione del libro di Roberto Formigoni, “Una storia popolare”, potesse avvenire senza limitazioni in sala e con la stessa presenza dell’autore.

Non è il compito di queste righe raccontare l’evento, peraltro ripreso ampiamente dagli organi locali di stampa, tv e social, ma portare l’attenzione su un particolare aspetto dell’intervento di Formigoni nella sala Ticozzi a Lecco.

Mi riferisco alla domanda che gli è stata fatta sulle origini del Movimento popolare. Ora tutti conoscono, o pensano di conoscere, il Formigoni ospite di palazzi prestigiosi della politica, il Parlamento Europeo, quello italiano e, per quasi quattro lustri, la presidenza di Regione Lombardia.

Pochi tuttavia conoscono l’iter personale d’impegno che l’ha portato fin lì.

Negli anni Settanta dello scorso secolo, anni segnati dalle turbolenze post Sessantotto e da conflitti sociali, nonché dall’affermarsi del terrorismo rosso, Formigoni, con alcuni amici, prima dà vita alla Redazione Culturale di Comunione e Liberazione con lo scopo di dare supporto ideale e materiale soprattutto alla presenza nelle università dei giovani ciellini – spesso vittime delle violenze dei gruppuscoli – ma anche fornire argomenti alle diverse comunità per poter stare nel dibattito culturale e politico di quegli anni (basti ricordare che sono gli anni in cui per la prima volta si votano organismi partecipativi nelle scuole e nelle università, si affrontano i due referendum sul divorzio e sull’aborto).

Allargando lo sguardo fonderà, aggregando anche amici di diversa estrazione culturale, il Movimento popolare con lo scopo dichiarato di rilanciare una presenza sociale dei cattolici nella società italiana e di sostenere – anche su invito della Chiesa italiana – il ruolo della Democrazia Cristiana, ruolo in via di appannamento e insidiato da vicino dalla forza del più grande Partito comunista in un libero Paese europeo.

In questa veste per quasi un decennio Formigoni ha girato palmo a palmo l’intero territorio nazionale incontrando e galvanizzando i suoi interlocutori. La valanga di preferenze prese in ogni elezione erano frutto di questo inesauribile impegno. Chi volesse conoscere meglio i fatti li troverà descritti nel libro.

In questa attività, la sintonia era totale non solo con la Chiesa italiana ma con la stessa Santa Sede che in quegli anni con la Congregazione della Dottrina della Fede (presieduta allora dal card. Ratzinger) aveva emanato una precisa nota dottrinale per indicare ai cattolici la via da seguire.

Questa ampia premessa aiuta a commentare quello che è avvenuto giovedì mattina al Senato: in votazione segreta, infatti, i senatori hanno di fatto bocciato il disegno di legge Zan, quello che si occupa nominalmente della lotta all’omofobia ma che surrettiziamente vorrebbe introdurre una visione antropologia basata sulla teoria del gender fin dai primi anni scolastici.

L’evento segna una pesante sconfitta politica del Pd e del suo segretario Letta che, forte di una presunzione senza limiti, aveva rifiutato ogni possibile mediazione pur richiesta anche dalla sua area di appartenenza.

L’odio riversato sui social dai sostenitori di quella legge, ora sconfitti, la dice lunga sul tipo di riforme che si vorrebbero introdurre nella società italiana e dal clima che porterebbero con sé.

Il dibattito e la conseguente bocciatura hanno fatto emergere anche alcune prese di posizione ufficiali su questo tema che rompono la timidezza con cui tanto mondo e cultura cattolica hanno guardato a quella proposta di legge.

L’associazione Pro Vita e Famiglia ha infatti reso nota la risposta che la Congregazione per la dottrina della fede ha dato a una loro richiesta di chiarimento in merito al ddl Zan. Nel comunicato l’associazione riporta alcuni passaggi di quella risposta.

«Davanti a simili progetti di legge, il comportamento dei fedeli e dei politici cattolici deve adeguarsi al Magistero della Chiesa, che sull’ideologia gender ha espresso “chiara riprovazione” tramite numerosi interventi di Papa Francesco».

Il comunicato poi prosegue: Ringraziando Pro Vita & Famiglia «per il lavoro e il contributo che svolge in favore e a difesa della vita, dal concepimento al suo termine naturale, e a vantaggio di una vera cultura della famiglia», la Congregazione vaticana conferma l’incompatibilità tra l’identità di genere promossa dal Ddl Zan e la dottrina cattolica richiamando la «chiara riprovazione dell’ideologia gender» espressa da Papa Francesco in numerosi interventi e, in particolare, nel paragrafo 56 dell’esortazione apostolica postsinodale “Amoris Laetitia”, in cui si criticano gli «orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina», e si considera «inquietante che alcune ideologie di questo tipo (…) cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini».

La nota, richiamando anche l’Enciclica “Evangelium Vitaedi San Giovanni Paolo II su eutanasia e aborto, ribadisce la posizione della Chiesa circa l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, secondo cui «la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti», per cui «sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa».

Ho ritenuto utile riportare ampi brani di questo comunicato che rompe con le ambiguità che troppo spesso caratterizzano il dibattito e i giudizi tra cattolici. I toni e il contenuto della lettera della Congregazione sono facilmente confrontabili con quelli della nota in cui Ratzinger metteva in guardia dalla fascinazione che molti cattolici sentivano allora per il marxismo come via per la giustizia sociale.

Le parole attuali mettono in guardia dall’attrazione per un’affermazione di diritti che non sono fondati su un’adeguata immagine dell’uomo ma frutto di ideologie che, per essere sostenute ampiamente da un esercito di social e da molti poteri mediatici e finanziari, non sono per questo meno in contrasto con una antropologia rispettosa della realtà delle cose.

Si tratta di principi che dovrebbero esser noti da sempre ai cattolici impegnati nella vita politica e sociale ma che nel tempo sono stati trascurati in nome del pluralismo delle scelte politiche, pluralismo che mostra tutti i suoi limiti alla prova delle sfide della modernità

Lo stop alla legge è certamente un fatto positivo per chi ha come riferimento il magistero ecclesiale, ma non può essere motivo di facili illusioni. Le maggioranze parlamentari sono, infatti, di per sé variabili e costituiscono, almeno in questo periodo storico, un terreno molto friabile.

È quindi indispensabile non riposare sugli allori di una vittoria effimera ma aprire il confronto, dentro e fuori dall’ambito cattolico, sulle implicazioni che avrebbe portato il disegno di legge bocciato e lavorare per ampliare gli spazi di testimonianza e di educazione proprie di una comunità cristiana immersa nella realtà del proprio tempo.

Giulio Boscagli ©

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