Enrico Pedenovi, ucciso da “Prima linea” nel 1976. Ricordato in Regione Lombardia

di Daniele Carozzi – Furono anni bui. Anni di barbarie e atrocità ideologiche, che dopo oltre mezzo secolo scuotono ancora l’animo e la memoria di chi li ha vissuti. “Uccidere un fascista non è reato”, “Hazet 36, fascio dove sei” o, ancora “fascisti, carogne, tornate nelle fogne”, urlavano nei cortei i “kompagni” della Sinistra extraparlamentare, corredati di eskimo e chiave inglese.

Le vittime di chi in quegli anni Settanta militava nella Destra furono numerose e, nella sala Enzo Biagi di Regione Lombardia si è ieri, giovedì 16 Aprile, ricordato con un libro il cinquantesimo anniversario della morte dell’avvocato Enrico Pedenovi, Consigliere Provinciale del Movimento Sociale, ucciso a sangue freddo con colpi di pistola da “Prima Linea”, mentre stava facendo carburante vicino casa. Ma il pensiero del convivio verso il martire della violenza rossa vuole comprendere anche lo studente Ramelli, ucciso un anno prima di Pedenovi e i fratelli Mattei, di 8 e 22 anni, arsi vivi nell’incendio doloso di Primavalle proprio il 16 aprile del 1973.

Numerosi gli interventi che si sono succeduti, dall’Assessore Regionale alla Cultura Francesca Caruso la quale ricorda un Paese «che aveva smarrito il senso della misura», seguita dal deputato Europeo di FdI Carlo Fidanza, che vede in Pedenovi un «sereno e pacato testimone di libertà».

Per il Presidente del Senato Ignazio La Russa, in videochiamata da Roma, «mite, incorruttibile, riservato, Enrico non avrebbe fatto male a una mosca, ma non aveva paura nemmeno di un leone. Parlando con Enrico di Ramelli, siccome nel 1975 nessuno voleva darci un tempio e un sacerdote per celebrare la sua funzione, dissi scherzando che trovando una chiesa sarei stato disposto a vestirmi io da prete». Per il giornalista Guido Giraudo, già autore del libro su Sergio Ramelli e ora, con Luca Bonanno e le figlie di Enrico, Giovanna e Beatrice, coautore del libro su Pedenovi presentato all’evento, «il 29 aprile del 1976 tutta Città Studi era mobilitata dai “katanghesi”, perché volevano bloccare l’attività della Destra.

Si entrò in un meccanismo di violenza che si autogenerava con la certezza dell’immunità». Per Luca Bonanno «in quegli anni Milano era paragonabile a Belfast. Ma oggi i cattivi maestri continuano a esistere». Giovanna e Beatrice Pedenovi ricordano amorevolmente un babbo «semplice, sorridente, sereno, antiretorico». Dario Vermi, che prese il posto di Pedenovi in Provincia di Milano, fece amicizia con Enrico poco dopo la guerra, «quando in piazza Duomo formavamo i capannelli che discutevano di politica.

Al massimo ci scappava qualche scazzottata, ma nulla di più». Poi scatena l’applauso quando dice che, «se la DC riuscì ad andare al potere per far diga contro il Comunismo, lo deve ai moltissimi voti regalati dai missini e dalla Destra liberale». Per Romano La Russa, Pedenovi era un amico di famiglia «con Giovanna si andava alle feste in casa, come allora usava». Riccardo De Corato ricevette la notizia della morte di Enrico mentre si trovava in via Mancini, da un giornalista de “La Notte”. «È vergognoso che a Milano non vi sia una via intestata a Pedenovi – ricorda – e nemmeno a Ramelli.

Abbiamo dovuto mettere noi un palo isolato, con una targa, perché il condominio ne rifiutò l’affissione. Mentre a Roma, esiste per ricordare i Mattei». Conclude il Sottosegretario all’Istruzione Paola Frassinetti, citando Pedenovi quale diciottenne che partecipò alla R.S.I. e come elogiato amministratore. «Domani sarò a Ferrara per inaugurare i giardini dedicati a Sergio Ramelli.»

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