Fiume 1940-1945: noi, la guerra e il dopoguerra

Giovanni Badalucco (testimonianza inviata al Comitato provinciale di Verona dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia)

Fonte: https://www.anvgd.it/fiume-1940-19452-noi-la-guerra-e-il-dopoguerra/

Mi chiamo Giovanni Badalucco e sono nato il 30 gennaio 1928; non sono nato a Fiume ma è come se lo fossi perché quando con la mia famiglia sono arrivato, ero ancora in fasce: quindi Fiume è la mia città e mi sento Fiumano al 100 per 100. Altri 6 fratelli sono nati a Fiume, eravamo una famiglia numerosa, 10 fratelli, 8 maschi e 2 femmine; ora purtroppo siamo rimasti solo in 2.

A Fiume si viveva molto bene avevamo mare e monti. Il 10 giugno 1940 purtroppo è scoppiata la guerra: noi, alleati con i tedeschi contro Francia, Inghilterra e Russia. All’inizio per noi giovani non cambiò tanto, l’unica cosa che ci mancava erano le materie prime cioè il cibo, perché era tutto razionato. Noi come al solito andavamo a scuola e al pomeriggio in oratorio dei salesiani, non era lontano perché abitavamo in via F.lli Branchetta n°9/1.

Lì giocavamo a pallone con i preti che facevano i furbi perché nascondevano il pallone sotto la gonna: mi ricordo di don Bruno, don Andrea e Don Mertini il più anziano. All’inizio dell’anno ci consegnavano un libretto e ogni giorno che andavamo, ci mettevano un timbro; quelli che alla fine del mese avevano più timbri ricevevano un premio: chissà se qualcuno ha conservato quel libretto. In estate invece andavamo alle colonie marine; le cose andavano bene.

Dopo 3 anni di guerra, l’8 settembre del 1943, fu firmato l’armistizio tra l’Italia e le forze a cui dichiarammo guerra. Io e alcuni amici ci trovavamo in braida davanti alla gelateria Fontanella; fuori della gelateria una radio comunicava che il Maresciallo Badoglio aveva firmato quest’armistizio: da quel momento il nostro nemico non erano più i soldati Alleati, ma i tedeschi. L’esercito italiano sparì, tutti i soldati Italiani scappavano e cercavano di tornare a casa. Dopo alcuni giorni Fiume fu occupata dai tedeschi che già quel territorio, lo avevano considerato suo territorio chiamandolo Litorale Adriatico.

Noi muli festeggiammo alla notizia pensando che la guerra fosse finita invece gli anziani ci dissero che la guerra era appena iniziata. Infatti, i Tedeschi cominciarono a farsi sentire perché ci trattavano da traditori. Avevo 16 anni tutti noi dall’inizio della guerra avevamo una tessera annonaria e i negozianti potevano dare solo quello che diceva questa tessera. Naturalmente noi pativamo la fame: figuratevi che in famiglia con mamma e papa eravamo in 12, abitavamo in un grande palazzo, dove abitavano almeno 100 famiglie tutti statali.

La guerra continuava e non si capiva perché i tedeschi resistevano nonostante si capisse che la guerra l’avrebbero persa. Non ho mai capito perché Fiume, nonostante fosse una città industriale, non fosse mai stata bombardata; penso che siamo stati fortunati, c’erano i cantieri navali, il silurificio, la Romsa, un grande porto. Il primo bombardamento è avvenuto nel gennaio del ’44. Fortunatamente a Fiume avevamo dei rifugi sicuri. Cominciammo a correre tutti nei rifugi. La notte si tardava a prendere sonno, sempre con l’orecchio teso a percepire il rombo degli aerei …eccoli arrivano.

A volte si riusciva anticipare il suono delle sirene, quelle sirene che urlavano la nostra paura ci facevano accapponare la pelle. Saltare giù dal letto senza avere il tempo per vestirsi, solo avvolti con una coperta, pieni di paura e di freddo. Un incubo che si è protratto per sedici mesi, con giorni e notti dentro quei gelidi budelli scavati sotto la montagna con la ghiaia in terra e l’arcata del tunnel di roccia nuda dalle continue infiltrazioni d’acqua come se piovesse.

Noi correvamo verso il rifugio più vicino che si trovava a 500 metri della nostra casa, portavamo nostro fratello Decimo, che era molto ammalato, in una cesta. Tante volte mi chiedevo: ma chi sono questi str…che bombardano? Gli adulti sostenevano che erano i nostri amici, i nostri liberatori angloamericani: dentro di me li mandavo tutti in mona. Iniziarono le incursioni il 7 gennaio del ’44 e le finirono il 19 aprile del ’45, la maggior parte nelle ore notturne illuminate dai bengala.

Il principale bersaglio era la zona portuale dove erano concentrate le maggiori aziende, ma le fortezze volanti che sganciavano a tappeto, bontà loro, era di una tal generosità, che ce n’era abbastanza per tutti. A Fiume i morti sotto i bombardamenti sono stati parecchi, questo perché i bombardamenti avvenivano molte ore dopo che suonava la sirena. Al mattino passavano sopra Fiume centinaia di bombardieri che andavano a bombardare la Germania; poiché la gente era stufa di stare in rifugio e i bambini piangevano, tanti tornavano a casa; però i bombardieri tornavano generalmente verso l’ora di pranzo e solo allora bombardavano Fiume: ecco che la gente che erano a casa ci rimetteva la vita.

Come ho scritto i bombardamenti finirono il 19 aprile ma il 14 aprile un bombardamento ad Abbazia ha fatto in tempo a uccidere nostro fratello Gaspare di 24 anni: pensate che lui si trovava in un ospedale militare con tanto di croce rossa sul tetto. Grande fu il nostro dolore eravamo tutti in camera a piangere nostro fratello: era il migliore di tutti noi. Ad un tratto io e Pasquale non vedemmo più papà lo cercammo e lo trovammo in uno sgabuzzino con la pistola in mano, voleva suicidarsi.

I Tedeschi cominciavano a organizzarsi con ordine, ordinarono a tutti i nati nel 1928 di presentarsi al comando Tedesco. Io essendo del 28 dovetti farlo. Ci comunicarono che saremmo stati arruolati all’organizzazione del lavoro chiamata TODT dal giorno dopo; dovevamo presentarci al Lager di Susak, la città Jugoslava che si trovava al confine con l’Italia.

Ci radunarono in uno scalo ferroviario e da li iniziò il lavoro per i tedeschi: a me e altri ragazzi ci mandarono in un magazzino di cemento nel porto di Susak, però quando avevano bisogno, ci mandavano a fare altri lavori i più pesanti, ci mandavano a scaricare i vagoni merci carichi di ghiaia che serviva per fare i Bunker.

Scaricarli non era facile perché si trattava di ghiaia mista con sabbia, la pala faticava ad entrare nel miscuglio e poi non potevamo buttarla giù dal vagone, ma dovevamo buttarla lontano perché non andasse a cadere sui binari. I nostri capi non erano militari, avevano una divisa marrone e facevano parte di quest’organizzazione del lavoro e si comportavano con noi abbastanza bene. Mi ricordo ancora uno che si chiamava Willi, poverino era sempre ubriaco, 2 figli gli erano morti in Russia.

Alle volte, quando eravamo nel magazzino di cemento, (mi chiamava Fonoluo perché non riusciva a dire il mio cognome) a me e altri ragazzi ci faceva caricare un carro di cemento e lo portavamo in un bar lì vicino; il padrone lo pagava con parecchie bottiglie di vermut. Chissà di che cosa era fatto quel vermut: una volta io ne avevo bevuto un po’ troppo e sono stato male: da allora non ho bevuto più uno.

Quando avevamo finito, non ci mandava ancora a lavorare ancora ma ci mandava a casa. Come ho detto prima era sempre ubriaco e a lui non interessava niente , in estate e inverno portava sempre la divisa estiva. Nel molo, dove si trovava il magazzino, ogni 10 metri avevano messo bombe da cento chili messe perché se dovevano fuggire, facevano saltare tutto, cosa che hanno fatto alla fine della guerra. Un giorno arrivò una nave da Trieste, una nave piena di cemento ; noi dovevamo scaricarla.

Pensate che quando suonava la sirena non avevamo un rifugio ci mettevamo in mezzo al cemento ogni tanto i caccia bombardieri bombardavano questo porto. Iniziammo a scaricare questa nave, molti dei miei compagni andarono giù nella stiva a caricare le draghe di sacchi e un verricello li tirava su; io rimasi vicino a questo verricello e vedevo il marinaio come faceva.

Il giorno dopo questi marinai improvvisamente se ne sono tornati a Trieste e Willi chiese chi di noi sapeva manovrare il verricello, io mi feci avanti e cominciai a lavorarci. Willi mi disse che ogni tanto, dopo un suo segnale, dovevo far in modo, quando la braga di cemento era già fuori dalla nave, che si ribaltasse in mare; questo per finire prima perché gli aerei arrivavano a bombardare il porto. In seguito pensai che con quel cemento buttato in mare, avrei costruito un palazzo. Alle volte alla sera finito il lavoro, quando tornavamo al lager, trovavamo dei camion che ci caricavano su e ci portavano a 12 km da lì a lavorare tutta la notte. Questo perché, quando iniziavano a gettare il cemento per fare dei bunker per la difesa, le gettate non potevano fermarsi e così lavoravamo tutta la notte. Al mattino ci avevano promesso che ci avrebbero riportato a Susak in camion, invece non venirono, cosi dovemmo sorbire 12 km a piedi e non per tornare a casa ma per presentarci al lager per iniziare una nuova giornata di lavoro .

Avrei tante cose da dire durante questo periodo ma mi riservo di raccontarne altre due importanti: la prima quando ci mandarono a Ica, paesino nella riviera fiumana. Ci ospitarono in una casa e li mangiavamo e dormivamo. Al mattino iniziavamo a scavare con pale e picconi un quadrato abbastanza largo e dovevamo andar giù per 4 metri: a quell’epoca non c’erano gli escavatori, immaginate la fatica: eravamo dei ragazzi di 16 anni e con tanta fame. Il nostro capo non era cattivo, era un omone molto grosso e fumava come un turco: pensate che lui finita la sigaretta con il mozzicone accendeva la successiva.

Alla fine del lavoro col metro lui misurava quanto avevamo scavato, pensando di essere furbi noi mettevamo della terra nel punto, dove lui misurava e cosi l’altezza sembrava giusta. Ma lui era più furbo di noi: cosi per punizione ci mandava a casa il venerdì sera, prima di cena e così si teneva il nostro mangiare del venerdì e del sabato. Finito questo lavoro, ritornammo a Susak; ci furono altri lavori ma il più importante fu quando andammo a puntellare un ponte ferroviario che era stato colpito lateralmente in un bombardamento; lavorammo tutta la notte per puntellarlo.

Per finire vi racconto l’ultima: una mattina, quando eravamo nel lager, l’interprete, che era un Fiumano molto severo, per compiacere i tedeschi, riuscì a mandare alcuni operai più anziani in Germania. Quella mattina disse che ci volevano dei volontari per andare a lavorare nell’isola di Cherso , isola che si trova di fronte a Fiume. Naturalmente nessuno si fece avanti, allora disse, i non sposati facciano un passo avanti. Naturalmente siamo stati noi ragazzi a farlo, tranne un napoletano più vecchio di noi che per tutto il periodo riuscì sempre ad evitare di lavorare. Infatti dopo l’appello lui piano piano andava dietro le baracche e spariva.

Tornando a Cherso, mancavano 15 giorni prima di Natale, l’interprete ci disse che il giorno prima di Natale ci avrebbe fatti tornare a casa. Partimmo dal porto di Susak a bordo di una maona, era una grande zattera con una torretta, dove era piazzata una mitragliera a quattro canne; non c’era nessun riparo e facemmo il viaggio tutto sotto la costa perché il golfo di Fiume era tutto minato. Il viaggio non fu molto lungo: sbarcammo e ci portarono un po’ più in alto, dove c’erano delle baracche di legno. Entrammo e c’erano dei letti a castello, ma non sufficienti per tutti. Il nostro capo, che era un croato, cominciò ad assegnare i posti e iniziò chiedendo la nostra nazionalità: a chi era croato, gli dava il posto letto, a noi italiani ci mise a dormire per terra. Questo capo parlava sempre bene dei partigiani, più avanti vi spiegherò questo particolare: si chiamava Mario e io sapevo dove abitava a Susak.

La mattina iniziammo il nostro lavoro, purtroppo da quel giorno iniziò a soffiare una forte bora, è un vento molto forte e freddo. Noi accendevamo dei fuochi per riscaldarci un po’. Un giorno, senza accorgermi, un pezzo di legno piccolo andò a finire nei miei pantaloni; non me ne accorsi subito e i pantaloni si bruciarono un po’; me ne accorsi per l’odore di bruciato. Passarono i giorni e arrivò la vigilia di Natale; la bora soffiava ancora molto forte e il mare era in burrasca: noi tutti perdemmo le speranze che ci venissero a prendere perché le maone con quel mare mosso difficilmente viaggiavano.

Continuamente guardavamo la costa. Verso mezzanotte vedemmo dei segnali a intermittenza e capimmo che stavano arrivando: di corsa andammo giù per imbarcarci. Quando la maona attraccò ci fu una sorpresa: prima di salire dovevamo scaricarla. Tra tutte le cose c’era un grande riflettore antiaereo che pesava moltissimo, aveva le ruote, ma con quel mare ondoso la maona faceva su e giù; immaginate la fatica e con la paura che quel riflettore finisse in mare.

Finalmente finimmo e ci imbarcammo. Siccome dovevamo attraversare all’aperto il tratto che ci separava dalla costa, ci riparammo dietro la torretta che ci avrebbe riparato dalle onde. Però i tedeschi avevano preso una mucca e per ripararla dalle onde ci mandarono dall’altra parte. Immaginate la nostra rabbia, i marinai tedeschi dormivano sotto coperta.

Prima di partire chiedemmo al capitano se ci permetteva di coprirci con il telone che copriva la mitragliera. Il capitano ce lo permise così attraversammo al riparo delle onde. Dopo un po’ che viaggiavamo avvistammo Abbazia e dei marinai che erano saliti con noi urlarono come pazzi: ci levarono il telone. Immaginate come siamo rimasti impietriti : eravamo tutti un pezzo di ghiaccio.

Fortunatamente da Abbazia a Susak il tratto di mare non era molto lungo; attraccammo nel porto di Susak: i marinai misero una tavola per sbarcare. Nel scendere un mio amico, il più magro di tutti noi è scivolato e caduto in mare. Lo tirammo su con molta fatica.

Poiché per andare a casa c’erano parecchi km da fare e in più dovevamo superare il confine croato, cercammo di convincere un croato ad accompagnarci fino al confine perché, se ci avessero fermati gli Ustascia, che erano i Fascisti croati, avremmo fatto parlare solo lui. Subito dopo aver passato il confine, in quattro abitavamo nella stessa zona compreso quello che era caduto in mare, ci incamminammo verso casa: pensate c’era il coprifuoco e per strada non c’era nessuno; potevamo incontrare pattuglie tedesche o anche dei partigiani. Noi con il tesserino della Todt potevamo andare, anche se c’era il coprifuoco; immaginate in che condizione sono arrivato a casa: a questo punto era il giorno di Natale del 1944.

La guerra continuava e anche il nostro lavoro. I tedeschi, che cominciavano a capire che stavano perdendo la guerra, erano sempre più cattivi specialmente le terribili SS, erano soldati fedelissimi di Hitler. Dopo poco tempo chiamarono al lavoro le classi 29 e 30, sia muli e mulette, li portavano a fare trincee in montagna; loro avevano molta paura perché oltre la SS c’erano i partigiani che giravano tra queste montagne. Soffrendo sempre le loro angherie arrivò il mese di Aprile 1945.

I Tedeschi capirono che la guerra era persa e trattarono con i partigiani per aver libera la ritirata fino a Trieste. La ritirata iniziò, ma le SS si nascosero e non si mossero. I soldati invece partirono ma arrivati a Mattuglie, paese a 12 km da Fiume, trovarono i partigiani che non avevano mantenuto la parola e in un’imboscata fecero un massacro di soldati tedeschi; immaginate la SS rimasta a Fiume che rappresaglia fece verso i cittadini Fiumani; hanno avuto il coraggio di richiamare tutti al lavoro. Dopo pochi giorni la SS decise di andarsene, ma prima di farlo con le bombe messe nei porti fecero saltare tutto il porto e per finire fecero saltare la polveriera che si trovava alla periferia della città.

Il 3 Maggio i partigiani entravano a Fiume: stranamente i partigiani apparivano come mosche, gente che non andò a combattere in montagna ed era rimasta sempre a casa. Anche nel nostro palazzo si fecero conoscere e alla polizia jugoslava comunicarono tutti coloro che nel Fascismo avevano avuto incarichi importanti. Purtroppo anche per noi è stata una tragedia: Papà, che era una guardia carceraria, la mattina andò a lavorare e non tornò più a casa.

Ci informammo e sapemmo che era stato arrestato insieme a moltissime persone che lavoravano per lo stato. Sapemmo dove l’avevano portato; non era molto distante da Susak. Andammo a cercarlo e lì vicino a un porticciolo avevano creato un campo di concentramento. Da giorni non davano loro da mangiare, riuscivano a mangiare qualche erba che nasceva lungo un ruscello. Il giorno dopo riuscimmo a portargli qualche cosa da mangiare, ma il giorno dopo ancora tornammo e non trovammo più nessuno. A piedi li avevano fatti camminare verso l’interno della Jugoslavia e non sapevamo dove.

La mamma iniziò ad andare per i comandi di polizia per sapere dove lo avevano portato, ma non ebbe nessuna risposta, però le dettero dopo 60 giorni un permesso per andarlo a cercare. Lei partì con mio fratello Antonio facendo domande ai cittadini; nel frattempo io, come avevo detto in precedenza, mi ricordai del mio capo croato Mario che abitava a Susak, sapevo dove abitava. Arrivato a casa sua suonai il campanello mi aprì una signora e io le chiesi di suo marito. Lei guardando un po’ in giro mi disse sottovoce di andar via perché il marito era stato portato via dalla polizia. Io allontanandomi pensai come mai lui, che esaltava sempre i partigiani, era stato portato via.

Per completare il mio giro a Susak indovinate con chi m’imbattei? L’interprete, quello che mandò tanti Fiumani in Germania, con un bel berrettino con la stella rossa .Quando mi vide, mi riconobbe e facendo una piccola corsa sparì.

Dopo 2 giorni che la mamma e Antonio erano partiti alla ricerca di papà, una mattina, mentre stavo segando della legna nel corridoio, vidi entrare un uomo magrissimo, con la barba lunga, con gli occhi che parlavano; io pensai che fosse un mendicante. Lui mi guardò ancora e finalmente capii che era mio padre. Lo portammo subito in casa per non farlo riconoscere dai vicini, nel palazzo cerano parecchie spie.

Intanto i partigiani e i Fiumani favorevoli a Tito, comandante delle truppe partigiane, prepararono la città per la sua visita: al centro della principale piazza costruirono un grande arco con sue foto e i favorevoli passavano sotto quell’arco, i veri Fiumani no. Iniziarono negli uffici a maltrattare gli italiani dandogli dei Fascisti, ma in Italia chi non era fascista? Fiume era una città di 60 mila abitanti, noi tranne qualche personaggio importante non sapevamo che Fiume non sarebbe stata più Italiana. Iniziarono così le domande delle famiglie italiane per poter rientrare in Italia. Nei primi momenti non davano facilmente i permessi perché loro non sapevano niente del lavoro che si faceva in una città. Col tempo dovettero cominciare a rilasciare questi permessi. Gli Italiani che se ne andarono furono 350mila.

La mamma e Antonio tornarono dopo una decina di giorni piangendo per non aver trovato il papà: immaginate la loro gioia quando lo videro in casa. Ci preoccupammo allora come far uscire papà da Fiume. Mia sorella Lina lavorava in municipio e riuscì a fare una carta di identità falsa e con nuovo nome e mestiere, una mattina si confusero con altri Fiumani che rientravano in Italia e riuscirono ad arrivare a Trieste.

Andarono in Sicilia dai loro parenti e lui si presentò alla polizia del suo corpo. Dopo pochi giorni ricevette l’ordine di presentarsi presso le carceri di Vicenza a iniziare il suo nuovo lavoro. Arrivati a Vicenza lui si sistemò e la mamma tornò a Fiume perché era preoccupata per noi. Eravamo nel luglio del 1945, la situazione era sempre più allarmante. Sapemmo che in settembre avrebbero fatto gli esami per tutti coloro che non avevano potuto andare a scuola, causa la guerra. Si sarebbero potuti presentare tutti quelli della mia classe.

Decidemmo di farli: con me c’erano il mio caro amico Gianni Scarpa, suo cugino Iti Bastiacich e altri che non ricordo. Facemmo gli esami e fummo tutti diplomati tecnici elettricisti. Finita questa fase, la nostra vita continuò normale.

Per i bambini con il fascismo c’erano i balilla: loro li chiamarono pionieri con il berrettino con la stella rossa e insieme ai grandi venne chiesto di presentarsi a un lavoro volontario non pagato. Per noi l’aria si fece sempre più pesante, un nostro amico, che era del 1927, fu chiamato sotto le armi. Un giorno lo vedemmo arrivare con una divisa malandata e con berretto con la stella rossa. Noi del 1928 cominciammo a preoccuparci perché noi non volevamo fare il militare sotto un esercito che non fosse italiano; così, con i miei amici, cominciammo a pensare di fuggire.

Siccome quelli che partivano per rientrare in Italia riuscivano a portare dei mobili noi pensammo che avremmo potuto nasconderci lì dentro. Una notte lo facemmo, eravamo in 6. Al mattino sentimmo partire il treno, eravamo euforici ma, nello stesso tempo, pieni di paura perché ogni tanto il treno si fermava e avevamo paura che facessero dei controlli. Invece fummo fortunati e arrivammo a Trieste, occupata ancora dagli angloamericani.

Abbandonare Fiume per noi è stato un dramma. Ci dividemmo, io sono riuscito a prendere un treno per Milano, naturalmente senza biglietto, allora era possibile; scesi a Vicenza e m’incontrai con papà. Ci sistemammo presso una famiglia che ci dette ospitalità: era la famiglia Dal Corno. In seguito la mamma e i miei fratelli riuscirono con un permesso a rientrare in Italia . A Trieste c’era un centro di smistamento e li destinarono in un campo profughi di Padova; dopo un po’ mi riunii a loro. Immaginate come eravamo sistemati: gli spazi si dividevano con altre famiglie con delle coperte.

Al nostro arrivo i comunisti ci ricevettero molto male ci accusavano che eravamo Fascisti e che avevamo lasciato il paradiso comunista e che eravamo andati a rubare a loro il lavoro. Questo non era vero perché solo gli statali ripresero il loro lavoro.

Riprendo il racconto dal mio arrivo a Padova: nel novembre 1946 il campo profughi di Padova dovevano chiuderlo e per questo una mattina piovosa ci caricarono su camion inglesi e ci portarono a Mantova.

Arrivammo in una giornata piovosa e nebbiosa. Unica cosa bella al nostro arrivo è stato il calore di un sacerdote, un grande uomo: si chiamava don Danilo Vareschi. Quando siamo arrivati ad ogni famiglia, come a Padova, è stato assegnato una zona del lungo corridoio e per dividerci lo spazio abbiamo dovuto farlo con delle coperte; per scaldarci c’era una sola stufa, immaginate il freddo che pativamo.

Per mangiare c’era una sola cucina per tutti. Ogni giorno era uguale non c’era lavoro e per passare il tempo giocavamo sempre a calcio. Ma la nostra permanenza nel campo profughi stava finendo, il papà ci aveva scritto che il Comune gli aveva assegnato una casa popolare.

Così nel 1948 ci siamo trasferiti a Vicenza. Finalmente la guerra era finita e anche il dopo, così pieno di sofferenza: ecco perché all’inizio ho scritto 5+2. Iniziammo una nuova vita, non ancora bella perché la disoccupazione era ancora molto forte. Lina si era sposata a Fiume e poi si era trasferita a Venezia. Gli unici che lavoravano erano papà e Pasquale, che a Fiume era entrato alle ferrovie dello stato e anche lui ebbe il posto alla stazione di Vicenza.

Ma riorganizzare una grande famiglia non era facile, eravamo in 12 e per completare l’opera, nell’Aprile 1949, il nostro caro papà, 6 mesi prima di andare in pensione, decise di farsi operare alla colicisti. Un dottorino ambizioso lo convinse e allora era un intervento molto difficile, infatti un primario famoso di Fiume l’aveva sempre sconsigliato a farla; invece questo dottorino lo operò e lo uccise: aveva 54 anni, per lui la guerra era finita così. Smetto perché le lacrime mi cadono.

Forse avrei altre cosa da dire ma con la morte di mio padre i miei ricordi scompaiono di fronte a questa tragedia. Dimenticavo di dirvi che la salma di nostro fratello Gaspare, ripeto il migliore di tutti noi, è stata riportata in Italia e ora riposa nel cimitero di Vicenza dove sono seppelliti tutti i soldati morti in guerra.

Termino questo mio lungo racconto di questa tragedia accaduta a tutti coloro che hanno preferito l’esilio pur di non rimanere nel paradiso comunista (così lo definivano i nostri comunisti). Per tanti anni noi parlavamo delle atrocità commesse dai partigiani di Tito verso gli Italiani, gente trucidata solo perché erano Italiani. Venivano gettati nelle Foibe, che sono crepacci nelle montagne. Migliaia di persone venivano portati in fila legati con il filo spinato; quando arrivavano sul posto sparavano ai primi che trascinavano nella caduta tutti gli altri a una profondità anche di 100 metri: immaginate il martirio di questa persone.

Noi ne parlavamo ma i nostri politici, per motivi diversi dicevano che erano bugie, perché tutta la classe politica, per i loro interessi, avevano motivi per dire così. Finalmente dopo tanti anni hanno ammesso i loro errore e hanno deciso di dedicare a questi morti e a noi esuli una giornata del RICORDO: la data è il 10 febbraio. Chiudo questi miei ricordi dicendo che una tragedia simile non deve più succedere.

didascalia: foto del figlio di Nazario Sauro, Libero, con suo zio Pietro in Eritrea

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