Un pallone che rotola, la maglia nerazzurra e le risate di ottanta bambini nel cuore di Betlemme. È da questa immagine di rinascita e spensieratezza che prende vita il racconto di Adriana Sigilli, titolare di Diomira Viaggi. Un resoconto intimo e profondo che ci ricorda come, anche in tempi segnati dalla paura e dai muri, sia possibile allenare la speranza e offrire ai più piccoli lo spazio per tornare a essere semplicemente bambini. Di seguito il suo racconto.
“Ci sono momenti in cui, per capire davvero cosa significhi la pace, non servono grandi parole. A Betlemme, in questi giorni, mi è bastato guardare ottanta bambini e bambine correre dietro a un pallone.
Dopo mesi in cui la guerra ha sospeso tante attività, incontri e progetti, tornare a vivere un Summer Camp per Bambini senza confini significa molto più che organizzare una settimana di calcio. Significa dare continuità a un percorso che non vogliamo interrompere. Significa restituire ai bambini uno spazio nel quale possano sentirsi semplicemente bambini: giocare, ridere, incontrarsi, imparare e, soprattutto, sentirsi liberi. È questo il significato del Summer Camp di Bambini senza Confini, promosso da Oasi di Pace in collaborazione con Intercampus, che ha coinvolto ottanta bambini e bambine di Betlemme presso il campo sportivo della Terra Santa School, nelle ultime settimane di luglio.
Un momento particolarmente importante per i più piccoli e per quei bambini che non hanno ancora avuto la possibilità di venire in Italia, come invece è accaduto nei mesi scorsi a tanti loro coetanei accolti dalle comunità di Seregno, Lonate Pozzolo, Primaluna e Legnano, che hanno ascoltato con curiosità e attenzione i racconti di chi in Italia c’è già stato. Hanno sentito parlare delle famiglie che li hanno accolti, degli oratori, delle partite, delle montagne, del mare, delle varie discipline sportive. Ma soprattutto hanno ascoltato parlare di libertà, di affetto, di giornate vissute lontano dalla paura. E negli occhi di chi ascoltava ho visto nascere un desiderio: “Vorrei andarci anch’io.”
Per una settimana, intanto, abbiamo cercato di portare un po’ di quella libertà proprio qui, a Betlemme. Le stradine della città vecchia e Piazza della Mangiatoia si sono riempite delle voci festose dei nostri piccoli atleti, orgogliosi di indossare la maglia nerazzurra. Sul campo, guidati dal coach Intercampus Silvio Guareschi, hanno imparato tecniche di calcio, regole, disciplina e spirito di squadra. Ma soprattutto hanno imparato a stare insieme. Per molti è stata la prima occasione di indossare la maglia dell’Inter. Una maglia diventata per loro molto più di un semplice indumento sportivo: un simbolo di appartenenza, di amicizia e di un’esperienza che resterà nella memoria. Eppure, mentre li guardavo giocare, non potevo dimenticare quello che questi bambini ascoltano ogni giorno. Crescono sentendo parlare gli adulti di guerra, di bombe, di muri, di paura. Sentono parlare di una terra che cambia, di nuove costruzioni sulle colline intorno alla loro città, di coloni e di confini. Sono bambini, ma queste parole entrano nella loro vita. E fanno paura. Per questo oggi credo che dare loro un pallone sia un gesto molto più grande di quanto possa sembrare. Perché significa dire: qui puoi giocare. Qui puoi ridere. Qui puoi essere libero. Qui puoi ancora sognare. Alla fine del campo abbiamo chiesto ai bambini di scrivere un pensiero. Le loro parole ci hanno emozionato. Hanno scritto di pace, di amicizia, di fraternità. Hanno scritto del desiderio di libertà, di non vedere muri, di vivere senza paura, di incontrare altri bambini nel mondo. Di poter disputare le partite con altre squadre di altre città. Non hanno chiesto cose impossibili. Hanno chiesto semplicemente di poter essere bambini. È questa forse la testimonianza più forte che porto con me da questa esperienza.
La pace, per loro, non è una parola astratta. È poter correre senza paura. È poter incontrare un amico. È poter giocare con un bambino che viene da un altro Paese. È poter guardare una collina dal balcone della propria casa senza chiedersi cosa accadrà domani.
Questo progetto nasce da una visione che ha radici lontane. Già nel 2002, dopo la costruzione del muro a Betlemme, Fr. Ibrahim Faltas aveva compreso come lo sport potesse diventare uno straordinario strumento di educazione e di pace. Da quella intuizione nasce il progetto Bambini senza Confini, un cammino che oggi, nonostante la guerra, vogliamo continuare. Perché continuità è la parola che sento più importante. Continuare significa non arrendersi. Significa tornare sul campo dopo una sospensione. Significa mantenere vivo un progetto mentre intorno tutto sembra più difficile. Significa esserci per i bambini anche quando la realtà ci dice che sarebbe più semplice fermarsi. Questa è la scelta di Oasi di Pace. Non abbiamo la presunzione di fermare da soli una guerra. Ma possiamo scegliere di non fermare la speranza. Possiamo continuare a costruire piccoli spazi di pace. Un campo di calcio. Una squadra. Un allenatore. Una maglia donata. Un incontro. Un viaggio. Un bambino che torna a sorridere. Sono piccoli gesti.
Ma qui, a Betlemme, ho imparato ancora una volta che sono proprio i piccoli gesti, quando vengono ripetuti con amore e con costanza, a diventare grandi. Allenare lo sport. Coltivare la pace. È questa la nostra scelta. Allenare lo sport perché i bambini possano crescere imparando il rispetto, la disciplina, la collaborazione e l’amicizia. Coltivare la pace perché possano continuare a credere che un futuro diverso sia possibile. E farlo con continuità, giorno dopo giorno, anche quando sembra che i semi gettati nella terra non possano ancora germogliare. Perché noi continueremo a seminare. A Betlemme, in Terra Santa e attraverso l’incontro con tanti bambini in Italia. E forse un giorno saranno proprio questi bambini, cresciuti insieme attraverso lo sport, a raccontarci che la pace può davvero iniziare da un campo di calcio. Vi aspettiamo a Betlemme”. Adriana Sigilli




