Zuckerberg per i soldi inquina anche le coscienze

«Dei social abbiamo bisogno e non ne faremo a meno. Ma è venuto il momento di cambiarli davvero». Riccardo Luna chiudeva così, martedì 5 Ottobre su “la Repubblica”, un’acuta analisi sui pericoli delle reti sociali virtuali.

Rammentava il giornalista che già due anni fa, Jaron Lanier, uno degli esperti più ascoltati della Silicon Valley, aveva pronosticato che «il sistema perverso dei social network sarebbe crollato dall’interno, perché gli ingegneri che ci lavorano avrebbero detto basta, avrebbero preteso un cambio di rotta che non mettesse più il profitto davanti a tutto, anche a costo di fomentare i nostri istinti peggiori».

Parole profetiche che hanno trovato un puntuale riscontro nel dossier che Frances Haugen, una trentasettenne ingegnere informatico, originaria dello Iowa, già dipendente di Facebook, ha consegnato al Congresso degli Stati Uniti e al Wall Street Journal perché l’opinione pubblica fosse informata delle pericolose deviazioni dei social di Zuckerberg.

Che cosa è emerso da quel dossier che il quotidiano newyorkese sta divulgando a puntate tanto ricco di notizie è il suo contenuto? In sintesi che Facebook e l’intera galassia Zuckerberg hanno messo a punto, con i propri algoritmi, un sistema di micidiale disinformazione per orientare l’opinione pubblica statunitense e mondiale con l’aggravante di influenzare negativamente le persone più fragili (cioè con meno strumenti di discernimento) e soprattutto i giovani.

Il black out di sette ore di WhatsApp, Facebook e Instagram di lunedì scorso, 4 Ottobre, ha messo in luce non solo la vulnerabilità del Gruppo Zuckerberg (non sono state ancora accertate le cause dell’interruzione), ma anche le perdite causate a  migliaia di aziende e di professionisti che per la comunicazione si sono totalmente affidati ai social.

Se è difficile quantificare il danno per milioni di utenti, il crollo in borsa del titolo di Facebook a seguito dell’interruzione di lunedì sarebbe costato, secondo gli analisti, non meno di 6 miliardi di dollari. A parte Zuckerberg supponiamo che nessuno soffrirà per la vistosa perdita. 

In passato ci eravamo già occupati dei social network e del pericolo di un loro smodato uso. Il black out di lunedì dovrebbe aiutare a  riflettere sull’invasività perniciosa con la quale riescono a corrode menti e coscienze.

Siamo alle solite: le reti sociali virtuali non sono il demonio, ma a renderle demoniache è il loro uso.

Che fare? Condannarle? Criminalizzarle? No. semplicemente educarsi a maneggiarle avendo sempre presente che non sono il Vangelo.

Concretamente, però, sarebbe auspicabile che l’Unione Europea realizzasse un network di social così da dilatarne l’offerta e rompere il monopolio di chi oggi li possiede e governa. Perché la Chiesa cattolica, che è in grado di dialogare con oltre un miliardo di fedeli, non si impegna a dare vita ad un network da offrire a loro?

Alberto Comuzzi ©

Condividi:

Related posts