«L’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va…» cantavano i Righeira 40 anni fa; e oggi, come siamo messi? C’è voglia «di diventare grandi» o permane quel «sai che non mi va»? Fino alla pandemia, probabilmente senza rendercene conto, abbiamo vissuto come se gli “anni della Milano da bere” non finissero mai. In nome del progresso abbiamo divinizzato la tecnologia e in quello della scienza annichilito l’anima.
Abbiamo creduto che l’euro avrebbe unificato gli europei e che la medicina ci avrebbe reso immortali. Della religione dei nostri padri abbiamo sempre meno tenuto conto fino a non praticarla e, in qualche caso, finendo pure per ritenerla pura superstizione. Quarant’anni fa l’Italia era governata da una coalizione di democristiani, socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali, mentre il maggior partito d’opposizione, quello comunista, era in crisi, tanto da dare vita ad una discussione durata ben tre anni e conclusa con l’elezione a segretario di Achille Occhetto per il suo impegno a virare verso la socialdemocrazia abbandonando l’ortodossia di stampo sovietico.
Nello stesso anno 1985, il presidente del Consiglio, Bettino Craxi, sdoganava il Movimento sociale italiano ponendo fine all’ostracismo in atto dalle elezioni del 1948 perché considerato partito non appartenente al cosiddetto “arco costituzionale”.
Oggi a capo del governo c’è l’erede politica di quel Movimento, Giorgia Meloni, a suggellare la rivoluzione copernicana avvenuta nella politica italiana. Mentre la destra italiana s’è emancipata superando le proprie nostalgie, la sinistra ha perseverato rimanendo fedele all’originale indole autoritaria.
La pandemia ha rivelato la sintonia perfetta tra le sinistre europee e i democratici statunitensi (presidenze Clinton, Obama e Biden) fautori del great reset, ovvero del progetto di convincere, con le buone o con le cattive, i popoli a sottomettersi ai tecnocrati del Forum economico mondiale lanciato a Davos (Svizzera) dall’ingegnere Klaus Schwab.
Tra i vari passaggi del progetto, la campagna vaccinale di massa ha costituito una pietra miliare e non è un caso che a promuoverla convintamente siano stati proprio i partiti democratici statunitensi ed europei, pur se affiancati da forze trasversalmente presenti in tutte le aree politiche, negli ordini dei medici, tra i magistrati, i giornalisti, fino al Comitato tecnico scientifico per il Covid-19.
Nonostante ciò che sta venendo a galla sugli effetti avversi patiti da molti vaccinati, la narrazione dei fiancheggiatori di Davos prosegue nell’intento di nascondere fatti acclarati e di negare la verità.
Giorgia Meloni si sta rivelando un eccellente capo di governo e giustamente al Meeting di Rimini è stata applaudita.
Pd e accoliti schiumano rabbia perché, seppur legati e funzionali al potente Deep state, sentono sfuggire di mano quel potere che, a lungo gestito, ha dato a loro facili consensi.
Al Capo del Governo restano però due pericolosi nei che, degenerando, potrebbero causare non trascurabili guai (in termini di perdite di voti): il troppo ostentato appoggio a Zelenski (personaggio non del tutto trasparente) e lo stallo della “Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria causata dalla diffusione pandemica del virus Sars-CoV-2 e sulle misure adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica da Sars-CoV-2”.
Le frequentazioni di Davos del ministro della Sanità, Orazio Schillaci, gettano un’ulteriore ombra sulla compagine governativa che sarebbe così infiltrata e, in parte, succube di programmi concepiti altrove.
Non aiutano certo il governo anche le rivelazioni di quanto avvenuto all’interno del Cts con le indebite ingerenze dell’allora ministro della Salute che “piegava” la scienza alle ragioni della politica. Tutto sommato quarant’anni non sono passati invano. Se non altro abbiamo appurato che la sinistra fa meno danni quando è all’opposizione.
