Toh, i sinistrorsi, in panico, scoprono antagonisti più preparati di loro

Lo scrittore inglese Nick Murray ha osservato argutamente che «la sorpresa è la madre del panico». Ecco i sacerdoti del politicamente corretto e i “maître à penser” del progressismo, dopo anni in cui hanno pontificato esaltando il materialismo e le sue degenerazioni, si trovano oggi smarriti davanti ad una schiera di intellettuali che, con pacata determinazione, smontano le loro certezze.

Da tangentopoli (1992) il cartello mediatico – composto dai quotidiani “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “la Stampa”, “Il Messaggero”, “Il Manifesto” e più recentemente “il Fatto Quotidiano”, dai Tg Rai (escluso quelli del secondo canale) e dai programmi de La7, di Sky e di Radio 24, l’emittente confindustriale, dal settimanale “l’Espresso” (e in qualche caso persino da “Famiglia cristiana”) – non ha smesso di martellare il pubblico italiano per convincerlo che le ideologie marxista e liberista sono la risoluzione di ogni problema.

I conduttori dei talk show delle televisioni di proprietà di Urbano Cairo e quelli di Sky, unitamente a quelli di Rai 1, Rai 3 e Rai News, sembrano avere come missione l’indottrinamento del pubblico che deve essere educato al fenomeno della globalizzazione e all’accettazione di una cultura “avanzata” come quella lgbt (lesbica, gay, bisessuale e transgender/transessuale).

Da qualche tempo, icone del giornalismo progressista come Concetta De Gregorio, Lilli Gruber, Rula Jebreal, Gad Lerner, Andrea Scanzi, Antonio Padellaro, Corrado Formigli, Marco Travaglio, Giovanni Floris, per citare quelli più presenti in televisione, hanno perso baldanza e sfrontata sicumera perché il contraddittorio alle loro “verità” si fa sempre più convincente e grintoso.

Una squadra di giornalisti, che giorno dopo giorno aumenta di numero e di forza dialettica, sta infatti rapidamente conquistando l’attenzione di settori sempre più larghi di pubblico.

Gli opinion leader del mainstream, insomma, cominciano ad avere il fiato corto perché si trovano davanti colleghi più documentati di loro, più capaci dialetticamente e soprattutto in grado di smontarne le tesi.

Va dato atto a Maurizio Belpietro, direttore de “La Verità”, di avere radunato nella sua redazione una compagine di firme qualificate allenate a ricercare notizie e a scavare in profondità gli argomenti di cui si occupano.

Il quotidiano milanese, in cinque anni, ha superato le 25.000 copie e con Libero è l’unico giornale che vanta un trend in crescita. Purtroppo la voce dei giornalisti e delle testate di chiara ispirazione cristiana è poco rilevante nell’agorà mediatica italiana.

“Avvenire” è citato quando si accoda ai temi delle testate progressiste, il glorioso settimanale “Famiglia cristiana” (1.700.000 copie negli anni Settanta) ha rischiato la chiusura, TV2000 l’emittente dei vescovi, registra ascolti importanti solo in occasione di eventi rilevanti della Chiesa.

Per essere presenti nel dibattito pubblico non basta essere portatori di buone ragioni o idee, occorre controllare gli strumenti che le diffondono. Il mondo cattolico, inteso come Chiesa, ha abdicato e non possedendo più mezzi non riesce a farsi sentire.

Scriveva Papa Giovanni XXIII nel 1962 in un messaggio agli operatori della comunicazione: «Non nascondiamo la buona causa, non nascondiamo che un senso di simpatia vivissima ci attrae verso la forma spicciola e modesta, ma efficacissima di propaganda delle buone idee nel popolo cristiano e sarebbe desiderabile che laddove questi giornali (diocesani n.d.r) ci sono si vengano perfezionando sempre più e nelle zone sprovviste se ne pubblichino di nuovi. Non si tema il pericolo della concorrenza, la buona stampa non è mai troppo diffusa».

C’è un gigantesco “mea culpa” che devono recitare i cattolici praticanti: quello di non avere saputo conservare il ricchissimo patrimonio costituito dai settimanali diocesani.

Nella Chiesa ci sono responsabilità che spettano al clero, ma ci sono anche responsabilità che spettano ai laici. È disdicevole pretendere che siano sempre le diocesi a farsi carico degli strumenti indispensabili per far circolare i valori, per esempio della dottrina sociale cristiana, sui quali dovrebbe poggiare l’impegno quotidiano di un cattolico, qualsiasi attività esso svolga.

Nella realtà si incide se si è presenti; e oggi si è presenti se si controllano i mezzi che favoriscono la presenza. Creare un network di media cattolici non è impossibile. Occorre solo la volontà di realizzarlo. Volere è potere.

Didascalia: Foto di Mahesh Patel da Pixabay

Alberto Comuzzi ©

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