Quella bella invenzione chiamata oratorio

Chiuse le scuole 48 ore fa (rimangono aperte solo per coloro che si apprestano agli esami conclusivi del ciclo delle medie inferiori e superiori), aprono domani gli oltre 1000 oratori estivi che la Diocesi ambrosiana mette a disposizione di 300.000 ragazzi di diverse fasce d’età.

Il loro successo è decretato dalle molteplici attività ludiche, sportive e culturali (i tempi per il nutrimento spirituale sono brevi e mai invasivi) che sono proposte, in genere, dalle 8 del mattino alle 19 del pomeriggio.

Da anni inoltre vengono organizzate vacanze a costi contenuti per consentire anche ai ragazzi di famiglie in ristrettezze economiche di vivere un periodo di ricreazione in amene località turistiche.

In Lombardia l’ottanta per cento dei bambini tra gli 8 e gli 11 anni frequenta l’oratorio. È anche per questo motivo che la Regione appoggia l’attività della Fom (Federazione oratori milanesi), diretta da don Stefano Guidi, la quale svolge un’ importante opera sociale, oltre che educativa.

Sono infatti migliaia i genitori che trovano un valido appoggio in preti, suore ed educatori volontari che si prendono cura dei loro figli per l’intera estate.

Ancora una volta la supplenza della Chiesa alle pubbliche istituzioni diventa essenziale.

Osserva don Guidi, nel numero 4 de “Il Gazzettino della Fom” che «in oratorio l’adolescenza è un tempo di responsabilità».

L’oratorio è un luogo privilegiato – aggiungiamo noi – per costruire amicizie al di là delle condizioni sociali, economiche e persino religiose dei ragazzi che lo frequentano.

Molte famiglie musulmane usufruiscono dei servizi offerti dalle parrocchie e sono ben liete di sapere i propri figli accolti e protetti nelle strutture oratoriane.

L’oratorio è una formidabile occasione per abbattere tanti steccati culturali e per dimostrare che i giovani possono affratellarsi se non sono ammorbati dai pregiudizi degli adulti.

«Che cosa abbiamo da dire agli adolescenti perché ci ascoltino?», si chiede ancora Don Guidi. Forse la risposta più pertinente potrebbe essere: «nulla».

I ragazzi (solo loro?) non hanno bisogno di parole ma di testimonianze positive, di atti convincenti e concreti da emulare.

L’oratorio diventa quindi una palestra di convivenza proprio perché frequentato in un periodo non gravato dalle preoccupazioni come è – o dovrebbe essere – l’adolescenza.

«Quando si diventa adolescenti l’oratorio diventa più bello», sono sempre parole di don Guidi. «La Professione di fede segna un passaggio importante perché si comincia ad avere delle responsabilità in comunità. Com’è bella questa tradizione pastorale e com’è ricca di sapienza. Si comincia, ad esempio, a leggere in chiesa, si diventa Cerimonieri e guide del gruppo movimento chierichetti, si diventa animatori in oratorio».

Il punto di vista del Direttore della Fom appare quasi provocatorio perché a farsi carico di quella responsabilità, “incoraggiata e quasi pretesa” dai ragazzi che frequentano l’oratorio, non dovrebbero essere solo gli educatori ai quali sono affidati, ma l’intera comunità cristiana.

Già, la comunità cristiana, vale a dire quel mondo di adulti che, avendo assaporato, negli anni della gioventù, la forza degli insegnamenti evangelici, dovrebbe sentire l’esigenza di parteciparli ai propri figli e nipoti. Realisticamente, possiamo affermare che questa sia la prassi consolidata? Rubando per un attimo il mestiere a Crozza ci verrebbe da dire: teniamoci stretto l’oratorio così com’è e inventiamone uno del tutto speciale per i tanti, forse troppi, adulti che si stanno dimostrando analfabeti di ritorno tanto nella religione quanto nella fede.

Alberto Comuzzi ©

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