Lasciamo spirare in pace l’Ue. Tentare di salvarla è solo accanimento terapeutico

La notizia è ufficiale: Bruxelles si sta orientando a togliere i dazi sull’importazione in Europa di vetture cinesi. Nella stessa direzione va l’accordo stipulato tra Ue e Mercosur, il Mercato Comune del Sud che raggruppa diversi Paesi latinoamericani tra cui Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay.

D’ora in poi gli agricoltori europei – ed in particolare quelli italiani – dovranno subire la concorrenza dei produttori sudamericani su alimentari quali carne bovina, pollame, zucchero, riso, soia, mais, frutta, etc.

Come per l’automotive in gioco non c’è solo la competizione dei beni, ma il diverso modo di produrli e la struttura delle filiere che li portano fin sulla nostra tavola.
Il grande vulnus che si sta per creare è la definitiva scomparsa, in Europa, delle aziende automobilistiche insieme a quelle, non meno importanti, del settore agricolo.

È inconcepibile continuare a puntare sull’auto elettrica (la cui tecnologia è totalmente nelle mani della Cina) e invadere il Vecchio continente con prodotti agricoli che, difficilmente controllabili, possono mettere anche a rischio la salute dei consumatori europei.

Fino a che punto sono tollerabili le scelte della Commissione guidata da Von der Leyen?

Probabilmente qualche leader europeo – e Giorgia Meloni potrebbe essere tra questi – è convinto di poter riformare l’Ue mutandone gli orientamenti politici.

Pia illusione. Fin dalle origini Germania, Francia e Gran Bretagna hanno badato ai propri interessi, facilitati anche da una classe politica italiana divisa e con gran parte dei vertici di una sinistra nostrana sempre solidale con le élite straniere pur di mantenere il potere.

Nel Giugno 1992, sullo yacht Britannia della regina Elisabetta, furono decise le cosiddette privatizzazioni. In pratica aziende pubbliche sane furono cedute a colossi stranieri per poter ottemperare alle richieste della nascente Ue, che non consentiva ai singoli Stati membri di possedere un importante sistema di proprie imprese.

Il maggior numero di dismissioni si ebbero con i governi Prodi e D’Alema che, dopo averlo smembrato, alienarono il gruppo IRI.

L’infruttuoso cambio lira-euro completò l’opera e il deficit pubblico passò dai 750 miliardi di euro agli oltre 3.000 di oggi.

Va preso atto che l’Ue ha fallito e che gli equilibri mondiali si stanno ridisegnando.

Regno Unito e Francia sono due piccole potenze; la Germania, in crisi, deve badare a sé stessa; la Spagna, con un Prodotto interno lordo pro capite inferiore alla media europea, ha poco da scherzare; e l’Italia, grazie al suo Dna, non nutre mire espansionistiche o di dominio. Siamo un Paese che non ama la guerra ed è fin troppo tollerante anche con chi non ha alcuna ragione d’avanzare pretese.

Il confronto in atto è tra Cina e Stati Uniti, con Russia e India che rivendicano propri spazi nel sistema geopolitico che si sta ridisegnando. Noi europei dobbiamo rinsavire e prendere atto che il nostro Occidente, egemonizzato dagli Stati Uniti, è ancora un luogo in cui si vive bene.

Certo non mancano coloro che tifano per il modello cinese (perché vivendo in Occidente ancora non l’hanno provato). Ci sta provando Keir Starmer con la BritCard, con cui intende imporre l’identità digitale a tutti gli inglesi per poter lavorare. Quanti guai hanno causato al mondo le élite britanniche. Gli inglesi rimangano nella loro splendida isola e se la godano…

Gli ammiratori di Xi Jinping dovrebbero farsi spiegare i “vantaggi” del modello cinese dagli abitanti di Hong Kong che dal 1997 sono amministrati da Pechino. Gli italiani filo-cinesi sanno che cosa sono i “laogai”? Ne hanno mai sentito parlare? Il basso costo del lavoro in Cina, a parte l’assenza dei sindacati, è solo frutto d’elevata tecnologia?

Trump sta smontando il globalismo ed è ovvio che la sinistra italiana, che lo ha assecondato, si ribelli insieme a Von der Leyen, la quale ha mostrato di esserne uno degli alfieri più convinti.

Il mondo ha marciato per secoli con accordi tra Stati. Non è uno scandalo tornare ad un sistema di rapporti bilaterali.

Le zone d’influenza sono sempre esistite e – udite, udite! – continueranno ad esistere.

Gli europei escano dal torpore in cui sono caduti (ben prima della pandemia) e tornino a praticare con solerzia i valori giudaico-cristiani sui quali hanno fondato la loro importante civiltà.

L’ideologia woke, prodotto del globalismo, è un abominio che giustamente Trump combatte, probabilmente in sintonia con Putin.

Sono lodevoli lo sforzo e l’equilibrio che il nostro Primo ministro mostra nel tentare di tenere insieme l’azione politica del Presidente statunitense con quella della Commissione europea.

Quest’ultima, abbiamo già detto, è però fallimentare, per non dire agonizzante. Insistere per prolungarne il coma è accanimento terapeutico.

Tra non molto Meloni dovrà scegliere. Ci auguriamo che reciti un requiem per l’Ue e intensifichi i rapporti con Trump.

Diversamente, temiamo, saranno guai per lei e per milioni di italiani.

Didascalia: immagine creata con IA

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