L’Africa non al centro del dibattito di Roma, ma le crisi continuano…

Giuseppe Morabito – Membro del Direttorio della NATO Defence College Foundation. Insieme, i membri del G20 rappresentano circa il 90% del PIL mondiale, l’80% del commercio mondiale e i due terzi della popolazione mondiale, nonché circa il 60% dei terreni coltivabili e l’80% circa del commercio mondiale di prodotti agricoli.

Come tutti sanno e leggeranno nelle prossime ore il G20 si incentra sule problematiche legate al clima e pandemia, quindi non mi addentrerò in tale tematiche.

Nella mia città, oggi in assetto di sicurezza massino, ci sono la maggior parte dei leaders mondiali e in questi sono compresi quelli dei principali paesi NATO. Tra i capi di governo di sette membri dell’Alleanza qui a Roma c’è anche il presidente turco al cui il nostro Presidente del Consiglio Draghi è stato costretto da protocollo a stringere la mano, dopo averlo, giustamente classificato, nei mesi scorsi, come un dittatore.

Sicuramente negli incontri bilaterali o ristretti si parlerà dell’ Africa e del futuro della regione che è oggi in costante crescita di instabilità e conseguente rischio anche per colpa delle politiche di Ankara, come se non bastassero le cattive influenze di Mosca e Pechino.

In particolare, i sei paesi del Nord Africa – Algeria, Egitto, Tunisia, Marocco, Sudan e  Libia (con le ultime due nell’attuala “occhio del ciclone”) – sono stati storicamente e rimangono importanti paesi di destinazione, transito e partenza dei migranti.

L’instabilità economica, ambientale e politica in sistema con i cambiamenti climatici “focus del G20” contribuiscono ai flussi migratori osservati nella regione.

Le politiche migratorie per lavoro fin dagli anni ’50 hanno incentivato la mobilità e hanno svolto un ruolo nello sviluppo socioeconomico nei diversi paesi dell’Africa settentrionale.

Le recenti politiche migratorie nel Nord Africa hanno influenzato le tendenze della mobilità umana, così come le decisioni sulle rotte migratorie che sono anche sfruttate per ricattare l’Occidente da governi senza scrupoli. Tutto ciò senza aggiungere i timori dei cittadini legati alla pandemia e alla probabile risalita dei contagi da Virus di Wuhan connessi con il mancato controllo dell’immigrazione clandestina.

In piena crisi pandemica, a  metà del 2020, la subregione nordafricana ospitava circa 3,2 milioni di migranti internazionali, quasi il 60 per cento dei quali provenivano dalla stessa subregione o da altre subregioni africane. A livello globale, si stima che 12,3 milioni di migranti internazionali (in grande maggioranza maschi sotto i 30 anni) – il 4,4% della popolazione migrante globale – provenissero dal Nord Africa. Di questi, quasi il 50% e il 13 % sono stati ospitati rispettivamente in Europa e in Asia occidentale. Ciò premesso, le principali aree di crisi di oggi sono e rimangono Libia e Sudan.

In Libia non c’è stato nulla di veramente nuovo alla Conferenza internazionale di stabilizzazione, organizzata dal ministro degli Esteri libico Najla Al Mangoush. Non c’è stata  nemmeno una dichiarazione finale comune, perché le delegazioni non sono state d’accordo su alcuni punti chiave come il ritiro delle forze straniere ( principalmente ex terroristi ISIS filo turchi e mercenari russi).

Tuttavia, pare evidente che la spinta finale per effettuare comunque le elezioni a fine anno  deve provenire dagli stessi libici. Infatti, per porre fine al conflitto e ottenere sicurezza e stabilità in Libia come base per la pace e la costruzione dello Stato, sono necessari in primo luogo un Presidente, un esecutivo e  un parlamento legittimati da elezioni credibili.

Dal punto di vista della sicurezza è necessaria una supervisione affidabile del cessate il fuoco (sarà complesso e difficile che siano sufficienti 60 osservatori dell’ONU) e , inoltre, un ambiente sicuro deve essere creato anche nell’area di Tripoli, dove quasi ogni settimana si confrontano le varie milizie locali.

Per l’aspetto economico, la sicurezza e la serenità nell’arena politica dovrebbero aiutare a stabilizzare la produzione di petrolio e gas senza dimenticare che la Libia ha ancora bisogno di know-how e investitori stranieri che sono ancora molto restii a tornare nell’area.

Per fortuna c’è una spinta verso le elezioni dopo le quali si spera che sia eletto come presidente (ce ne è davvero bisogno) un uomo dotato di integrità morale, ben radicato nella tradizione libica ma con buoni collegamenti con gli attori internazionali e che, negli ultimi anni, sia rimasto preferibilmente fuori dalla politica quotidiana in Libia.

Sfortunatamente e realisticamente bisogna ammettere che se Cina Popolare, Turchia e Russia non “molleranno la presa” non si intravede un futuro sereno per tutta la Libia.

Guardando ad est, è di queste ore il colpo di stato in Sudan. Lo scorso lunedì l’esercito ha ripreso in mano la gestione politica di transizione che si era istaurata dopo le rivolte del 2019.

Il premier Abdallah Hamdok è stato arrestato. Quanto precede è avvenuto dopo alcune settimane di scontri nella capitale Khartoum dove, in settimana,  alcuni esponenti del governo sono stati arrestati e il capo dell’esercito, Abdel Fattah Al-Burhan, si è autoproclamato presidente.

Nella specifica regione nonostante i ripetuti tentativi di rilanciare i negoziati tra Egitto, Sudan ed Etiopia, la lunga disputa sulla controversa diga denominata Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo Azzurro, il principale affluente del fiume Nilo, rimane oggi a un punto morto. In un’intervista televisiva il 29 Agosto, l’ormai ex primo ministro sudanese Abdalla Hamdok aveva affermato che il suo paese vuole raggiungere un accordo sulla controversia GERD nel quadro del diritto internazionale.

Egitto e Sudan hanno ripetutamente chiesto di sviluppare il meccanismo di negoziazione formando un quartetto internazionale guidato dalla Repubblica Democratica del Congo nella sua veste di attuale capo dell’Unione Africana (UA). Il quartetto includerebbe le Nazioni Unite, l’Unione Europea e gli Stati Uniti (tutti coinvolti nel 20).

Tuttavia, Addis Abeba ha respinto l’internazionalizzazione della crisi e ha insistito per tenere i negoziati solo con il patrocinio dell’UA.

Egitto e Sudan volevano prima di oggi raggiungere un accordo legalmente vincolante sul riempimento e il funzionamento della diga, a condizione che garantisca un meccanismo efficiente e vincolante per la risoluzione di future controversie. Addis Abeba insiste su un accordo che includa linee guida non vincolanti. Il 19 Luglio, l’Etiopia ha annunciato il completamento del secondo riempimento del bacino della diga con quantità sufficienti per generare energia idroelettrica. Egitto e Sudan si sono opposti a questa mossa unilaterale prima di raggiungere un accordo legalmente vincolante sul riempimento e la gestione della diga.

Il Sudan è anche preoccupato per la sicurezza del GERD e il suo impatto sulle proprie dighe e stazioni idriche.

La mediazione dell’UA iniziata nel giugno 2020 finora non è riuscita a negoziare un accordo per porre fine allo stallo tra i tre paesi.  Anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rifiutato di assumersi la responsabilità di risolvere questa crisi.

In una riunione convocata su richiesta di Egitto e Sudan l’8 luglio, i membri permanenti del consiglio si sono accontentati di esprimere sostegno agli sforzi dell’UA volti a mediare un accordo sul lungo conflitto GERD. Forse, per assurdo, non c’è la volontà di essere coinvolti nella possibile “guerra per l’acqua” ma questo è proprio un compito ONU.

L’italiano Riccardo Fabiani, direttore dei progetti in Nord Africa presso l’International Crisis Group, ha dichiarato  “Le parti in causa si sono scambiate accuse e hanno intensificato la controversia diplomaticamente e verbalmente. Alla luce di un tale clima, ci vorrebbe del tempo per tornare al tavolo delle trattative”.

Dopo il golpe il tempo necessario non è definibile. Infatti, il problema, oggi dopo il colpo di stato, è chi sarà a sedersi al tavolo dei negoziati appena sarà riaperto. Questo anche se i tre paesi hanno tutto il tempo per raggiungere un accordo prima del prossimo processo di riempimento del bacino idrico della diga, previsto per la prossima stagione delle piogge nel giugno 2022.

Una bozza di risoluzione tunisina, che invitava Addis Abeba a porre fine alle sue mosse unilaterali e a riprendere i negoziati per raggiungere un accordo entro sei mesi, non ha ottenuto il sostegno del Consiglio di sicurezza. Nessuna decisione o raccomandazione è stata emessa finora su questo progetto.

Fabiani ha osservato: “Ricorrere al Consiglio di Sicurezza porterà a un vicolo cieco. L’Etiopia respinge questa mossa e le principali potenze del Consiglio di sicurezza – tra l’altro gli Stati Uniti e la Russia – concordano sul fatto che questa crisi non dovrebbe essere discussa in questo contesto. La mossa tunisina sembra più simbolica che sostanziale ed è improbabile che abbia un grande impatto sulla controversia”.

C’è da  dubitare che gli Stati Uniti e l’Unione europea riusciranno a fare pressione sull’Etiopia soprattutto per favorire il governo golpista sudanese. Solo la Cina  (presente al G20 solamente con il ministro degli esteri ) e la Russia (che ha un interesse importante in Sudan per una base navale) che sembrano schierarsi con l’Etiopia, potrebbero essere ora utili alla soluzione del problema in cambio di favori dei golpisti per lo sfruttamento delle materie prime, soprattutto oro.

Si dovrà parlare molto di Africa dopo il G20. Affrontare i problemi in presenza come si fa in diplomazia e non via videoconferenza. Dopo gli accordi su clima e virus cinese bisognerà guardare a sud e concentrarsi sulle conseguenze di tali problemi su immigrazione e riserve d’acqua.

Giuseppe Morabito ©

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