La Democrazia Cristiana è definitivamente finita

Troppo facile obiettare che la DC, il partito della Democrazia Cristiana, è morta quando l’offensiva della magistratura al tempo di tangentopoli scopriva il malaffare (a volte reale a volte solo presunto) nel quale i partiti di allora si erano avviluppati. Nell’occasione una leadership democristiana intimorita e pavida scelse, prima, di cambiare nome riprendendo quello sturziano di Partito Popolare per poi assistere inerte alla sua definitiva esplosione in mille pezzi.

Esplose, appunto, e qualcosa di quella stagione politica – che aveva portato l’Italia a uscire da una guerra perduta, da un’incipiente guerra civile e dal disastro economico fino a farla rientrare tra i primi cinque paesi più sviluppati – continuò a vivere nei piccoli partiti generati dai vari Casini Mastella e altri ex Dc, ma anche nel corpo di formazioni più grandi come Forza Italia o il Partito Democratico (nelle sue diverse forme e varanti succedutesi negli anni).

Con la nomina di Enrico Letta – un tempo giovane enfant prodige della democrazia cristiana – ritengo che quella storia sia definitivamente terminata. A differenza del nostro Manzoni che andò a risciacquare i panni in Arno per favorire la più ampia coesione linguistica (e quindi sociale) di un paese in via di unificazione politica, Enrico Letta ha risciacquato i suoi panni politici nelle acque della Senna, anzi in quell’istituto di scienze politiche (il mitico SciencePo) che è uno dei centri di studio alla moda, in cui le teorie più alla moda trovano spazio e diffusione soprattutto tra le élite che occupano in Europa la maggior parte dei centri di potere non solo mediatico.

Ne abbiamo avuto un esempio quando nella trasmissione de La7, Di Martedì, Letta ha potuto affermate “quando parlo della legge Zan, parlo di cose che porterebbero il nostro paese nel futuro, ci toglierebbero dal Medio Evo”.

Ora, a parte l’uso del termine Medioevo in senso dispregiativo, tipico di una cultura laicista che mal sopporta riconoscere la ricchezza di un’epoca caratterizzata dalla creatività del popolo cristiano, sostenere senza alcuna criticità il progetto Zan cancella uno dei tratti caratteristici della cultura democratico-cristiana e che il partito Dc ha sempre difeso, vale a dire la libertà di espressione; oltre a mancare di qualunque riflessione sull’antropologia sottesa a quella proposta di legge.

Quando poi Letta sostiene con forza la strategicità di un’alleanza organica con il movimento Cinque Stelle, si allontana definitivamente dalla storia politica nella quale pure è cresciuto. Il M5S, infatti, è espressione del rifiuto della democrazia parlamentare in nome di una democrazia cosiddetta diretta e “in streaming”; è un partito guidato dall’ideologia di un capocomico che ha fatto successo politico con l’alta filosofia del Vaffa… e dall’erede di un informatico visionario che poco hanno a che vedere con la tradizione del popolarismo italiano.

Non è il caso di soffermarsi sulla democraticità dell’operazione con cui il nuovo segretario ha imposto la sostituzione dei capigruppo di Camera e Senato in nome di un riequilibrio di genere, o sulla sua prima uscita pubblica in cui affermava l’urgenza di dare il voto ai sedicenni e di introdurre lo ius soli, senza alcuna seria riflessione su nessuno dei due temi sensibili, dimostrando così che conversare sulla “rive gauche” non necessariamente aiuta a comprendere le tensioni della società italiana.

Il suo principale impegno attuale sembra essere diventato quello di attaccare ogni giorno Salvini e la sua Lega, legittimo obiettivo politico, ma che tende a dividere ancora più profondamente il paese tra élite garantite che il PD sommamente rappresenta e una grande massa di non garantiti, da mesi in grave sofferenza e che , come si è visto in questi giorni, comincia a animare le piazze in modo preoccupante.

Evocare ogni giorno le “destre” come il nemico fa il gioco di una certa cultura progressista che – a differenza di quanto avviene in molti altri paesi – si è abituata a identificare tout court destra con fascismo, dimenticandosi che ben più di un terzo degli italiani si riconosce in questa area e che il centrodestra raggiunge nei sondaggi la maggioranza assoluta. Ricordando che un altro terzo abbondante di elettori non si reca più alle urne forse anche perché non trova un’offerta politica in cui riconoscersi (e molti di queste persone sono proprio quelli che votavano per la DC)

La strategia del PD lettiano sembra essere quella di andare allo scontro frontale con il centrodestra utilizzando una riforma elettorale di tipo maggioritario. Forse converrebbe al nostro ”maître-à-penser” di ritorno, pensare bene al sistema francese e alle gravissime difficoltà in cui Macron si trova oggi a governare, incalzato non tanto e non solo dalla destra lepenista quanto piuttosto dai drammatici problemi della società francese che non sono solo quelli della pandemia ma soprattutto quelli di una sempre più fragile coesione nazionale (o repubblicana come dicono aldilà delle Alpi).

In questo momento della storia nazionale servirebbe piuttosto un sistema elettorale proporzionale con preferenze che restituisse ai cittadini la possibilità di scegliere le persone da eleggere all’interno del partito in cui maggiormente si riconoscono.

Servirebbe poi un impegno generoso da parte di tutti per ricostruire un comune sentimento nazionale, mettendo al centro il bene comune dei cittadini piuttosto che il successo del proprio partito.

Richiederebbe da parte di tutti gli attuali leader un bagno di umiltà, magari solo perché costretti da un’emergenza sanitaria e, conseguentemente, economica, che non ha eguali da tempo.
Se non ora, quando?

Giulio Boscagli ©

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