Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College – In queste ore l’attenzione dei principali media che trattano la geopolitica e la politica estera si concentra su Venezuela, Gaza e Ucraina.
Certamente quanto avviene in Iran non ha posto nelle prime pagine o prime notizie dei giornali o giornali radio/tv ma non va assolutamente non considerato seriamente.
Negli ultimi giorni, sia il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sia alti funzionari iraniani si sono scambiati minacce contrastanti, mentre le proteste si allargavano in diverse regioni della Repubblica Islamica di Iran.
Quanto precede, aggravando ulteriormente le tensioni tra i due Paesi dopo il bombardamento dei siti di produzione nucleari iraniani a giugno.
Almeno una decina di persone è stata uccisa nelle violenze che hanno circondato le manifestazioni, scatenate in parte dal crollo del rial iraniano, che hanno visto sempre più folle proferire slogan antigovernativi.
Le proteste, giunte a oltre una settimana, sono diventate le più grandi in Iran dal 2022, quando la morte della ventiduenne Mahsa Amini, avvenuta durante un fermo di polizia, aveva giustamente scatenato manifestazioni a livello nazionale. Tuttavia, parrebbe che le manifestazioni non hanno ancora raggiunto l’intero Paese e non sono state così intense come quelle che hanno circondato la morte della povera Amini, arrestata per non aver indossato l’hijab, il velo, come disposto dalle autorità religiose.
Il Presidente americano ha inizialmente, sulla sua piattaforma Truth Social, avvertito l’Iran che se “ucciderà violentemente manifestanti pacifici”, gli Stati Uniti “verranno in loro soccorso”.
“Siamo pronti, carichi e pronti a partire”, ha scritto Trump, senza fornire ulteriori dettagli ma quanto avvenuto in Venezuela sarebbe da considerare un monito anche a Teheran!
Come conseguenza immediata delle dichiarazioni di Trump, Ali Larijani, ex presidente del parlamento e segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran, ha affermato, sulla piattaforma social X, che a suo parere Israele e gli Stati Uniti stavano fomentando le manifestazioni antigovernative.
Larijani, logicamente, non disponendone, non ha fornito alcuna prova a sostegno di tale accusa, e i funzionari iraniani hanno solamente ripetuto quanto sostenuto durante gli anni di proteste che hanno travolto il Paese.
“Trump dovrebbe sapere che l’intervento degli Stati Uniti nella questione interna equivale al caos nell’intera regione e alla distruzione degli interessi statunitensi”, ha dichiarato Larijani “sulle pagine del social X (che il governo iraniano blocca alla lettura interna al paese).
“Il popolo statunitense dovrebbe sapere che Trump ha dato inizio all’avventurismo. Dovrebbero prendersi cura dei propri soldati.”. Le dichiarazioni di Larijani fanno probabilmente riferimento all’ampia presenza militare americana nella regione del golfo Arabico.
A giugno, l’Iran aveva attaccato la base aerea di Al Udeid in Qatar dopo gli attacchi statunitensi su tre siti nucleari durante il conflitto di 12 giorni tra Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto, sempre su X, che “il Grande Popolo dell’Iran rifiuterà con forza qualsiasi ingerenza nei propri affari interni. Allo stesso modo, le nostre potenti Forze Armate sono pronte a intervenire e sanno esattamente dove mirare in caso di violazione della sovranità iraniana”.
“In questo delirio di potenza” (è noto che le difese iraniane non sono in grado di contenere un’ulteriore azione offensiva USA) Araghchi ha anche affermato che il messaggio di Trump è stato probabilmente influenzato da chi teme l’uso della diplomazia tra le due nazioni, senza fornire ulteriori dettagli.
Un video diffuso sul social media venerdì sera ha mostrato che le proteste sono continuate in molte città del Paese, inclusi almeno tre località nel sud e a est della capitale Teheran.
A quanto si sa da fonti USA, non sono state apportate modifiche significative al livello di prontezza delle truppe statunitensi in Medio Oriente o al loro atteggiamento dopo il post del Presidente Trump sull’Iran,
Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, che in precedenza era stato per anni in posizioni di vertice nel governo di Teheran, ha minacciato che “qualsiasi intervento che si avvicini troppo alla sicurezza dell’Iran sarà tagliato”. “Il popolo iraniano conosce bene l’esperienza di ‘essere salvati’ dagli americani: dall’Iraq e dall’Afghanistan a Gaza”, ha aggiunto anche il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf (un estremista governativo) che ha minacciato che tutte le basi e le forze americane sarebbero state considerate “obiettivi legittimi”.
Come se non bastasse, anche il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha risposto, citando un elenco di problemi irrisolti, di lunga data, che Teheran avrebbe come problemi da risolvere con e contro gli Stati Uniti. Tra questi appaiono pure il colpo di stato che sarebbe stato sostenuto dalla CIA nel 1953, l’abbattimento di un aereo passeggeri nel 1988 e la partecipazione attiva al conflitto con Israele dello scorso giugno.
Le risposte iraniane sono arrivate mentre le imponenti proteste di piazza vanno a smentire quello che è stato dichiarato dai governanti iraniani e cioè che il loro popolo ha ampiamente sostenuto il proprio governo dopo la guerra.
Il messaggio online di Trump ha ribadito il segnale diretto di sostegno ai manifestanti, qualcosa che precedenti presidenti americani avevano evitato per timore che gli attivisti venissero accusati di collaborare con l’Occidente.
Oggi il sostegno della Casa Bianca comporta ancora il rischio che, sebbene le lamentele che alimentano le proteste passate e attuali siano dovute alle politiche del governo iraniano, sia probabile che la dichiarazione del presidente Trump siano utilizzate come prova che i disordini sono alimentati da attori esterni.
didascalia: Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College
