Nel cuore dell’inverno, quando le nostre città e valli – da Sondrio a Como, fino a Varese – si riempiono di luci e di presepi, torna attualissimo il messaggio di don Primo Mazzolari (Boschetto frazione di Cremona 13 Gennaio 1890 – 12 Aprile 1959 Cremona), una delle voci più intense del cattolicesimo italiano del Novecento. Un messaggio che parla al nostro Natale di oggi con una forza sorprendente.
Nel testo “Presepe senza uomini”, raccolto nel volume “Il Natale di don Primo Mazzolari” (La Locusta), il “parroco di Bozzolo” immagina una scena che disorienta: la grotta è colma di stelle, angeli, fiori. C’è tutta la creazione, tranne l’uomo. Proprio lui, l’unico per cui Dio si è fatto bambino, è l’assente. «Ecco il tragico del nostro Natale – scriveva –. L’uomo non capisce oggi, come non capiva allora».
È un’immagine amara ma rivelatrice. Secondo Mazzolari, l’uomo moderno è distratto, chiuso nei propri problemi, incapace di compassione. Non sente più la propria fragilità come luogo in cui Dio può abitare; non scorge più nel volto del fratello la presenza del Cristo che nasce.
Per don Primo, il presepe è un invito a guardarci dentro. Come potremmo accostarci al Bambino, se il cuore resta indifferente alle lacrime del mondo? Come entrare nella grotta, se non siamo disposti a offrire almeno un po’ del nostro tempo, del nostro denaro, del nostro amore?
Il suo è un giudizio lucido: denuncia un benessere che non sa più condividere, famiglie che curano il corpo dei figli più della loro anima, un sapere che ha perso il gusto della ricerca e si è piegato al profitto. E allo stesso tempo, è un appello. Non retorico, ma carico di umanità. Il Natale chiede presenza, non decorazioni. Per Mazzolari, Gesù non è solo perché mancano il bue e l’asinello: è solo perché manchiamo noi.
Il Natale – insisteva – non è una festa fatta per gli spettatori, ma per i presenti. Per chi torna alla grotta con un cuore capace di ascoltare e di accogliere.
E allora il presepe diventa una domanda: Chi vogliamo essere? Le madri che custodiscono la vita come Maria? I padri che proteggono l’anima dei figli come Giuseppe? I pastori che sanno ancora alzare gli occhi alle stelle? O i Magi che, nonostante tutto, continuano a cercare?
Don Primo non si limita a denunciare: indica una strada. Sogna un “Natale dell’umanità”, quando ognuno ritroverà il suo posto attorno alla culla, con umiltà e verità. Per questo le sue pagine, delicate e severe allo stesso tempo, continuano a parlare anche alla nostra terra – alle famiglie delle nostre valli, ai paesi affacciati sul lago, alle comunità che si radunano nelle chiese del Varesotto, del Comasco e della Valtellina. Il suo insegnamento rimane profondamente semplice: il Natale accade quando l’uomo fa spazio dentro di sé, quando depone ciò che è superfluo, quando smette di guardare solo a sé e si lascia toccare dalla fragilità degli altri.
Solo allora, dice Mazzolari, il presepe smetterà di essere “senza uomini”. E Dio potrà finalmente trovare una casa.
Le pagine natalizie di don Primo, proprio per questa capacità di andare all’essenziale, restano tra le più belle scritte nel nostro Paese: delicate ma esigenti, poetiche ma profondamente incarnate. Leggerle significa essere accompagnati a contemplare il Natale non come un evento lontano nel tempo, ma come un fatto che continua ad accadere ogni volta che l’uomo accoglie la luce di Dio nella propria fragilità
