Gli idioti assertivi sono al tramonto?

Qualche giorno fa un cacciatore di teste (quei selezionatori di personale, in particolare di manager e di quadri) ci confidava che per anni le aziende hanno assunto figure professionali definite, dalla sua stessa società, “idioti assertivi”.

«Abbiamo venduto come il pane soprattutto ingegneri neolaureati, con poca esperienza, bassa retribuzione e soprattutto disposti a pendere dalle labbra dei loro capi», ha tenuto a precisare.

Quindi i requisiti per occupare una casella, in società anche importanti del nostro Paese, sarebbero stati sostanzialmente due: stipendio basso e non contrariare il superiore. La competenza non era necessaria, anzi poteva essere un ostacolo soprattutto se più alta del capo o capetto di turno.

Ci sarebbero però i primi sintomi che qualcosa stia cambiando – sempre dalla narrazione del nostro interlocutore –, perché tanti top manager si stanno rendendo conto che la politica di circondarsi di “yes-man” alla lunga risulta deleteria.

È evidente che un mediocre, consapevole di essere tale, opti per avere accanto a sé modesti collaboratori incapaci di dargli ombra, ma alla lunga una catena di inetti non può che produrre disastri.

Se l’impresa è privata, chiude e le maestranze si trovano disoccupate, malgrado loro. Se l’impresa è pubblica, in genere sopravvive, ma a carico del contribuente, che oltre al danno ha pure la beffa.

Sarà per la presenza di Draghi o per l’insostenibile situazione in cui sono giunti buona parte dei mondi dell’economia e della politica, sta di fatto che un’aria diversa, se non ancora più salubre, sta circolando nel Paese.

Almeno una parte di “idioti assertivi”, speriamo, dovrà velocemente emanciparsi e accrescere le capacità, mentre nei gangli vitali delle aziende e del mondo politico dovranno tornare i competenti e gli esperti.

Migliorare il nostro Paese significa attribuire precise responsabilità ad ogni persona nella sua veste di lavoratore e di cittadino. Significa far capire che, se un’azienda municipalizzata va in rosso od eroga servizi scadenti, chiude. Punto e basta. Significa far capire che le rendite di posizione della politica (ti assumo e mi dai il voto) non possono più essere a carico della collettività.

È statalista l’idea di dilatare a dismisura il pubblico impiego. Nello Stato devono finire i migliori e i più preparati cittadini – quindi pochi e selezionati – e a loro deve spettare innanzi tutto l’azione di controllo su tutte le attività.

La meritocrazia deve tornare ad essere un valore distintivo e praticato. La selezione della classe dirigente, a tutti i livelli del mondo produttivo e dell’amministrazione della cosa pubblica, s’impone per ridare all’Italia il posto che merita in Europa e nel mondo.

I tre partiti che hanno ancora una presenza sul territorio (Lega, FdI e Pd) hanno un problema serio e gigantesco: la formazione di quadri periferici (consiglieri comunali e sindaci di piccoli comuni) dai quali attingere per amministrare, successivamente, Regioni e Stato.

I militanti, gli iscritti ai partiti, sono certamente una risorsa, a patto che abbiano competenze proprie e non siano quella pletora di questuanti di un posticino pubblico da ottenere in cambio della fedeltà a questo o a quel capo bastone o di corrente.

Urge che i partiti si aprano alla società civile, ma nel contempo è necessario che i cittadini tornino ad occuparsi della cosa pubblica. Al ravvedimento nelle politiche di gestione del personale qualificato (che deve tornare ad essere equamente retribuito) nel mondo produttivo, deve fare riscontro un analogo ravvedimento dei leader di partito perché nelle amministrazioni civiche e negli enti pubblici entrino figure oggettivamente competenti.

L’acquisizione del valore etico che determina ogni atto umano deve tornare in cima al sistema educativo italiano e questo, inutile girarci attorno, non può prescindere dai secolari principi della dottrina sociale cristiana.

Da una forte spinta meritocratica basata sui valori etici espressi dagli ideali giudaico-cristiani può riaprirsi quella stagione di nuovo Rinascimento da molti auspicato.

Alberto Comuzzi ©

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