Tra la metà di Maggio e le celebrazioni dell’Ascensione, Gerusalemme è tornata a essere il palcoscenico di profonde complessità storiche e religiose, sospesa tra la festa del Jerusalem Day e la memoria palestinese della Nakba. Nella lettera che pubblichiamo di seguito, Adriana Sigilli, titolare della Diomira Viaggi, offre uno sguardo ravvicinato e accorato sugli ultimi avvenimenti: i gesti di riconciliazione spontanea, ma anche i preoccupanti episodi di intolleranza e vandalismo contro i simboli cristiani. Un racconto prezioso che ci ricorda l’urgenza di spezzare la catena generazionale del disprezzo attraverso il dialogo e la preghiera.
“Cari amici,
Gerusalemme, in questi ultimi giorni, è stata attraversata da sentimenti contrastanti e potentissimi: amore e odio, preghiera e violenza, speranza e vendetta. È come se tutte le emozioni del conflitto, che da decenni abitano questa città, si fossero concentrate in poche ore, riversandosi sulle sue strade, sui luoghi santi e sui volti di chi la vive ogni giorno.
Eppure, per me, questo tempo era iniziato nel silenzio e nella preghiera. Sul Monte degli Ulivi, quaranta giorni dopo la Pasqua, i frati francescani hanno celebrato la solennità dell’Ascensione del Signore, custodendo una tradizione antichissima che si rinnova ogni anno con straordinaria fedeltà. La sera precedente si tiene una veglia notturna: vengono montate le tende accanto al piccolo santuario e, sotto il cielo di Gerusalemme, si resta in preghiera nel luogo da cui Cristo è asceso al Padre.Ho avuto la grazia di partecipare a questa liturgia. Pregare sul Monte degli Ulivi, con lo sguardo rivolto al cielo, significa lasciarsi avvolgere da una pace profonda. In questo luogo santo il tempo sembra fermarsi e il Vangelo diventa esperienza viva.
Scendendo verso Gerusalemme, da lontano ho intravisto una folla vestita di bianco che sventolava bandiere israeliane: un impatto visivo fortissimo. Migliaia di giovani, arrivati da tutto il Paese, cantavano e danzavano in gruppi di studenti e studentesse. Nei parchi della città, organizzazioni pacifiste avevano allestito spazi per famiglie e bambini con giochi, picnic e attività ricreative, nel tentativo di far respirare un clima di festa. Era il Jerusalem Day. Le vie del centro erano gremite di persone, quasi impossibili da attraversare. Nella Città Vecchia ho incontrato alcuni israeliani che, come gesto di pace, regalavano un fiore agli arabi incontrati per strada. In quel semplice dono si racchiudeva un messaggio bellissimo: il desiderio di amicizia e la volontà di custodire Gerusalemme come città dell’incontro e non della divisione. Ma, scendendo verso la città, il contrasto si è mostrato in tutta la sua drammaticità.
Il 14 e il 15 maggio Gerusalemme vive giornate dense di significato storico e simbolico. Da una parte, molti israeliani celebrano il Jerusalem Day, che ricorda la riunificazione della città dopo la guerra del 1967. Dall’altra, il popolo palestinese commemora la Nakba, la “catastrofe”, che evoca l’esodo e la perdita della propria terra nel 1948. Due memorie. Due narrazioni. Due ferite ancora aperte.
Ma ciò che accade oggi sembra andare oltre la semplice commemorazione storica. Accanto ai tanti che desiderano vivere un momento di festa, non mancano gruppi di coloni che trasformano la celebrazione in occasione di provocazione e di violenza verbale. Si sono verificati episodi che hanno ferito profondamente la sensibilità dei cristiani e di tutti coloro che riconoscono nei Luoghi Santi un patrimonio di fede e di rispetto reciproco. Alcuni giovani coloni hanno compiuto gesti di disprezzo verso i simboli della fede cristiana, arrivando persino a sputare sulla statua della Vergine Maria e ad assumere atteggiamenti offensivi nei confronti dei luoghi sacri.
Quella piccola statua della Madonnina, collocata davanti all’ufficio parrocchiale e accanto alla sede degli scout, è molto amata dagli abitanti del quartiere. Ogni volta che vi passavo con i pellegrini, ci fermavamo per una preghiera. Per questo quanto accaduto assume una gravità ancora maggiore. Non si tratta soltanto di un atto di vandalismo, ma di un’offesa a ciò che Maria rappresenta per milioni di persone nel mondo.
Rende ancora più doloroso questo episodio il fatto che, insieme a questi gruppi di giovani coloni, vi fossero adolescenti e bambini. I più piccoli osservano e imparano da ciò che vedono. Se assistono a gesti di disprezzo e di violenza, rischiano di considerare tali comportamenti come normali e accettabili.Così l’odio si trasmette da una generazione all’altra, invece di educare al rispetto, alla convivenza e alla pace. Il clima di tensione è stato tale che diversi commercianti della Città Vecchia hanno preferito chiudere temporaneamente i loro negozi, temendo che potessero essere presi di mira. È un segnale preoccupante di come l’aggressività e l’intimidazione possano condizionare la vita quotidiana e alimentare un diffuso senso di paura.
La devozione mariana in Terra Santa e’ molto forte, e anche i musulmani riconoscono Maria, come figura di straordinaria purezza e fede. La sua immagine evoca tenerezza, maternità, speranza e fiducia in Dio. Offendere Maria significa dunque ferire una memoria condivisa e un patrimonio spirituale che ancora oggi continua a unire popoli e tradizioni diverse. In una città come Gerusalemme, chiamata a essere segno di incontro tra le religioni e di pace tra i popoli, simili gesti non possono essere sottovalutati. Essi rappresentano una ferita non solo per la comunità cristiana, ma per tutti coloro che credono nella dignità della persona, nel rispetto del sacro e nella possibilità di costruire un futuro fondato sul dialogo e sulla reciproca comprensione. E tuttavia, proprio di fronte a questi atti di intolleranza, i cristiani continuano a pregare. Continuano a custodire nel cuore il silenzio, la speranza e la fiducia che il bene possa ancora prevalere.
Gerusalemme resta così una città sospesa tra cielo e terra, tra ferite e promesse, tra memoria e futuro. Forse questo è il suo destino e la sua vocazione: insegnare al mondo che la pace non nasce dall’assenza dei conflitti, ma dalla capacità di attraversarli senza perdere la speranza. ” Adriana Sigilli
