Riaperto il Santo Sepolcro: Gerusalemme tra segni di vita e ombre di guerra

“Il Sepolcro è aperto, segno che la vita può vincere la morte”. Con queste parole cariche di significato, Adriana Sigilli, titolare della Diomira Viaggi, ci racconta la sua Gerusalemme: una città che torna a varcare la Porta di Jaffa senza divieti, ma che porta ancora il peso di una pace ferita. Una cronaca delicata di gesti semplici, celebrazioni ortodosse e una speranza che non vuole arrendersi alla normalità della guerra.

Cari amici,

Entrare questa mattina dalla Porta di Jaffa senza blocchi né divieti è sembrato, per un attimo, un ritorno alla normalità. Un gesto semplice, quasi dimenticato, che oggi assume un significato diverso: quello di una città che prova a riaprirsi, almeno in superficie.
Gerusalemme appare ancora silenziosa, attraversata da una tristezza sottile. Eppure, nei suoi ritmi antichi, qualcosa si muove. Le comunità ortodosse iniziano le loro celebrazioni, mentre nei vicoli della Città Vecchia i giovani ortodossi decorano con cura, preparandosi alla Pasqua. Piccoli segni, quasi fragili, di una vita che insiste a continuare.

Sono finite le festivita’ della Pasqua ebraica, e anche le celebrazioni pasquali di noi cattolici. Le scuole in Israele hanno riaperto. Mentre le scuole cristiane riapriranno successivamente, quando si concluderanno le festivita’ pasquali ortodosse. Sono segnali concreti, tangibili, di una quotidianità che cerca spazio. Ma questa normalità resta incompleta, sospesa.

Al centro di tutto, il Santo Sepolcro, che oggi e’ stato riaperto, simbolo di una Chiesa Madre per milioni di fedeli: il luogo dove la morte si apre alla vita, dove nasce la speranza della resurrezione .Eppure la domanda resta: cosa significa oggi questa apertura, in un contesto dove la guerra continua a farsi sentire, anche quando non si vede? La sensazione è quella di vivere in una realtà divisa. Da una parte la luce delle celebrazioni, dall’altra un velo persistente di sgomento. La gioia c’è, ma non riesce a essere piena. È trattenuta, quasi cauta, come se ogni sorriso dovesse fare i conti con ciò che accade appena oltre lo sguardo.

Non c’è dialogo. Non c’è pace. Non c’è giustizia. Parole che sembrano svuotate, lontane dall’esperienza quotidiana di chi vive qui. E allora resta la preghiera, non come rifugio, ma come resistenza: il tentativo di non lasciare che tutto questo diventi normale, che si insidi nei cuori e nelle menti fino a essere accettato.In una città che oggi riapre le sue porte, ma porta ancora dentro il peso di una pace che sembra, per ora, impossibile da vivere. Il Sepolcro e’ aperto, segno che la vita puo’ vincere la morte . E forse
anche qui, la pace potra’ trovare il coraggio di rinascere. Adriana Sigilli

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