Tre donne, una domanda

Nell’Introduzione l’autrice Giuliana Kantzà, psicoanalista, spiega come le tre donne di origine ebrea con le loro straordinarie capacità, pur in ambiti e situazioni diverse, hanno segnato il percorso del secolo scorso, ponendo in risalto la loro figura di “donna”.

La morte del padre nel 1913 crea nella piccola Hannah di sette anni una grande sofferenza, seguita a pochi mesi di distanza dalla perdita del nonno. I rapporti familiari sono tesi, ma l’intelligenza di Hannah attira e attraverso scritti di studiosi, ma soprattutto sant’Agostino, ha dedicato la sua vita alla questione ebraica con la passione per la poesia, affrontando con coraggio il fatto dell’essere donna ebrea; scrive sul tema dell’integrazione dei neri, protesta contro l’aggressione americana nel Vietnam, partecipa al movimento del ’68. Nel 1975, dopo aver ricevuto attestati di grande stima e riconoscimenti, all’improvviso muore per un attacco cardiaco senza riprendere conoscenza e ha il funerale ebraico.

Negli studi su Agostino sottolinea i tre livelli dell’amore, del desiderio e del godimento che raggiungerà la pienezza nella beatitudine; inoltre Hannah preme sull’amore del prossimo e sostiene che “l’ebreo non va sterminato”. Molto forte è la condanna della legalizzazione del genocidio: si impedisce al popolo ebraico di coabitare la terra con altre razze, per cui deve essere impiccato. Il rinnovamento è possibile attraverso il Cristianesimo, in cui Paolo scrive: “amerai il prossimo tuo come te stesso”.
In “Via Activa” la filosofa pone al centro la “polis”, “comunanza di famiglie e di stirpi nel vivere bene”. Il cristianesimo ha la funzione di unire nella comunione della fede, così da costituire una comunità fondata sull’amore di Gesù di Nazareth che implica il perdono e il rispetto per l’altro. Nel Cristianesimo brilla la natalità: un Bambino è nato per noi, un Bambino che salva il mondo. Hannah evidenzia il valore dell’amore tra uomo e donna, e dopo aver descritto tutte le difficoltà subite nei vari momenti della vita afferma che solo quando sarà “donna “ la donna ebrea esprimerà la sua ricchezza.

Nel Capitolo secondo è descritta la vita di Simone Weil, nata il 3 febbraio 1909 

a Parigi, figlia di un medico e di una madre proveniente dalla Russia che impone il terrore ed esprime chiare preferenze per il figlio André, nonostante Simone, pur di salute malferma, avesse molte capacità, soprattutto in matematica. Con la tenacia Simone si impone di “trovare il senso della propria vita, amare”.
Ha sempre praticato la religione cattolica e la tradizione cristiana. Simone si volge alla politica e rileva chiaramente il suo essere “donna”, a cui dà un contenuto trascendentale. Pur sofferente di attacchi di emicrania, l’attività politica si fa sempre più intensa, per dare al popolo diverse condizioni di vita: è con gli operai e come Hannah parla di necessità di “umanizzazione del lavoro” e si fa lei stessa operaia per sostenere il compito primario di formazione degli operai per accedere a un livello culturale più elevato nella società moderna.
Affaticata e malata, Simone lascia la sua esperienza di operaia, si reca in Spagna e Portogallo con i genitori; riprende l’insegnamento e scrive articoli sulla sua esperienza di fabbrica, in cui emerge l’ingiustizia, dovuta a una carenza culturale.
Torna dalla Spagna molto provata, anche per il mal di testa; il padre medico la ricovera in Svizzera; visita l’abbazia di Einsielden, lascia la via politica, visita l’Italia nella sua bellezza, è attratta ad Assisi dalla cappella di Santa Maria degli Angeli.

Dopo molte traversie, a Marsiglia con amici frequenta la Messa domenicale e partecipa attivamente ai gruppi della Gioventù operaia cristiana. Trasferitasi poi negli Stati Uniti a causa dell’occupazione dei tedeschi del sud della Francia e la persecuzione sempre più violenta contro gli ebrei, a New-York frequenta la chiesa dei negri, cerca l’aiuto di sacerdoti, finché nel 1942 arriva a Londra, dove scrive “La prima radice”, preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, ancorando il fondamento dei principi morali nella sfera religiosa e fissando un ordine politico garante di ogni possibile deriva utopistica. Nel 1943 viene ricoverata per una forma di tubercolosi; Simone scrive una lettera a un amico in cui dichiara di non volere alcun rapporto con la Resistenza francese e lotta contro il fascismo. Muore ad Ashord il 24 agosto e viene sepolta nella parte riservata ai cattolici.

L’autrice ripercorre poi i contenuti dei testi di Simone da cui si rileva il cammino compiuto con passione per giungere al cristianesimo, non attraverso la Chiesa, ma con l’adesione a Platone. Così si arriva a Dio, ”perfettamente giusto”, amore e redentore e soprannaturale, che si manifesta nel bello, nella giustizia, nella verità che l’uomo, nella concezione materiale, non può raggiungere. Da qui la Croce e il limite imposto all’umano; occorre ritrovare il patto originale tra lo spirito e il mondo attraverso la civiltà in cui viviamo. E’ urgente la difesa della giustizia, mentre con l’avvento al potere di Hitler si è perso il Divino. Il Cristianesimo con l’Inquisizione si è svuotato del suo contenuto spirituale; intorno c’è una guerra spietata e l’immigrato è il capro espiatorio. Simone nella ricerca sfocia nella mistica, con altre donne, e scopre la bellezza della Parola di Dio che la conduce alle soglie della Chiesa contaminata dal giudaismo. Attraverso la filosofia, come per Hannah Arendt, comprende che la nozione di popolo eletto impedisce di riconoscere il vero Dio.
Arendt trova nella donna una sorgente di speranza, a cui spetta la “natalità”. Simone pone l’Amore trascendente che fa intravedere il bello, ma se si libera dalla materia che lo opprime.

Edith Stein è un’ebrea testimone della mistica, nel buio del nazismo. Inizia la sua autobiografia a quasi 42 anni, nel Carmelo di Colonia, anno di ascesa del nazismo, con la persecuzione degli ebrei e patisce personalmente la drammaticità degli avvenimenti, nella sua famiglia, negli amici, nel mondo: gli ebrei sono diventati oggetti di odio. Edith scrive il suo libro illuminata dallo scritto di Santa Teresa.
Descrive la sua infanzia (ultima di 11 figli) di una famiglia sostenuta da una fede limpida, soprattutto grazie alla madre. Non ammessa al liceo classico come tutte le donne, decide di combattere per difendere la dignità della donna, partecipando alla Lega delle donne socialiste, sostenendo la difesa del diritto di voto della donna.
Nel 1914, allo scoppio della guerra, Edith parte come crocerossina nel servizio sanitario, contro il disappunto della madre, e svolge il suo compito stabilendo con i pazienti una relazione che restituisce loro la dignità.
Dopo la tesi con lode a Friburgo, mentre la guerra continua con le situazioni drammatiche degli ebrei, parecchi dei quali si suicidano per i tracolli economici, aderisce al partito democratico tedesco, si dedica alla politica come Hannah e Simone, per esprimere la modernità delle donne nella loro specificità femminile.
Negli studi approfondisce i problemi della vita dell’uomo e si sofferma sul mondo ebraico della Legge; pone al primo posto la famiglia e sostiene che lo Stato deve realizzare oppure collaborare alla realizzazione dei valori.

Nell’estate 1921 Edith è attratta dalla Vita di santa Teresa d’Avila, tanto che ritiene di concedersi un periodo di riposo in Dio, a cui si avvicina, attraverso la trascendenza. Si chiamerà Teresa Benedetta. Il Battesimo nel capodanno 1922 segna l’ingresso nell’Ordine a Colonia e per non dare dispiacere alla mamma attende fino al 1933 per realizzare il suo desiderio, ma la riconciliazione non avviene, fino alla morte della mamma nel 1936, quando suor Teresa confessa a una consorella di avvertire “misteriosamente la presenza della madre”. Teresa D’Avila diventa il punto di riferimento di Edith –Teresa, sia perché sono legate dall’origine ebraica, sia per la ricerca della verità, lo sconforto per la vergogna, derivante dal tempo del nazismo. La soluzione sarà il percorso del Dio dell’Amore, dalle figure di donne dell’Antico Testamento, Ester fra le altre, e Maria: tutto questo nel Carmelo, dove Teresa Benedetta intercede per il suo popolo, lieta di appartenere al polo ebraico perché ad esso appartenevano Cristo, Maria e i grandi Santi dell’Antico Testamento.

Nel 1938 la razzia è legalizzata: ventimila ebrei sono arrestati, uccisi e l’operazione nazista di sterminio non risparmia il convento: il Carmelo della Svizzera accoglie suor Teresa con la sorella che si era battezzata. Continua i suoi scritti di “teologia mistica”, in cui si rivela Dio, con la sua Parola rivolta all’uomo. La “teologia della croce” si pone come passione dell’amore che porta all’Amato a cui si unisce in un “matrimonio spirituale”, che avviene mediante la grazia per giungere alla “dottrina intratrinitaria”. L’amore creato, l’amore misericordioso di Dio che si china sulle sue creature: teologia mistica. Alla morte suor Teresa Benedetta scrive: “Tutto si riduce all’amore, perché alla fine saremo giudicati sull’amore”. Nell’agosto 1942 suor Teresa Benedetta fu inviata ad Auschwitz : né il suo nome, né quello della sorella sono scritti nel Libro dei Morti ad Auschwitz. Esiste solo un comunicato che è deceduta in Polonia il 19 agosto 1942.

Una lettura molto impegnativa, che illustra il drammatico periodo del nazismo con la strage degli ebrei. La “rottura con il passato” accomuna le tre grandi: la Arendt in campo filosofico rileva l’opera dissacrante e distruttiva della modernità, a cui oppone la “natalità”. Weil, perseguitata dall’odio ebraico, legge nella modernità l’effetto della lontananza dalla bellezza del mondo greco, perduta per sempre. Edith Stein indica la strada della fede come porta di speranza.

Giuliana Kantzà “TRE DONNE, UNA DOMANDA” –Hannah Arendt-Simone Weil-Edith Stein – Edizioni ARES – euro 18.000

Gabriella Stucchi ©

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