La città fondata in Dio

Pubblichiamo l’intervista di Stefano Fontana a Silvio Brachetta in occasione dell’uscita del suo libro “La Città fondata in Dio. Alle origini della Dottrina sociale della Chiesa”, apparsa sull’Osservatorio Card. Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, che ringraziamo per la gentile concessione.

È appena uscito il libro di Silvio Brachetta “La Città fondata in Dio. Alle origini della Dottrina sociale della Chiesa”, nella Collana dell’Osservatorio presso le Edizioni Cantagalli, pp. 196, euro 15,00. In calce di questa intervista con l’Autore le modalità di acquisto. Silvio Brachetta, triestino, è teologo, diplomato in Scienze religiose, saggista e pubblicista, e fa parte della Redazione dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân.

Normalmente si pensa che la Dottrina sociale della Chiesa si “origini” dalla Rerum novarum di Leone XIII. Nel suo libro invece lei va molto più indietro. Come mai?

Perché la verità è ab aeterno, dall’eternità, come il Verbo. La Dottrina sociale della Chiesa esprime la verità rivelata sull’uomo, in quanto collegio di tre o più persone e, indirettamente, la verità su Dio. Collegio, perché le persone si raccolgono insieme – dal latino cum legere. Tre, perché il minimo di un collegio è di tre persone, sia in riferimento alla Ss. Trinità, sia alla famiglia. Il collegio, la società, può essere anche di due persone, nel caso della famiglia sterile, ma è sempre da considerare la presenza dello Spirito Santo, che è l’amore tra gli sposi, ovvero di una terza divina Persona. È però importante anche la nascita della Dottrina sociale come disciplina teologica e magisteriale, avvenuta nel XIX secolo, per merito di Leone XIII. La verità della Rivelazione, di solito, per contrastare l’errore o l’equivoco, necessita di essere definita – de fide definita, appunto – tramite i pronunciamenti dei concili o dei papi.

Lei è uno studioso di Patristica e di Monachesimo. Quale importanza hanno avuto questi due macro-fenomeni religiosi per la Dottrina sociale della Chiesa?

La teologia e il magistero dei santi Padri della Chiesa pre-medievali è fondata sul Dio personale, che si rivela Uno e Trino. In quanto Dio Uno e Unico, il Creatore plasma dalla terra singole persone, individui, che verranno giudicati singolarmente. Così il Messia è uno solo – il Cristo – seppure mai separato dalle altre due Persone. In questo senso la storia della salvezza è tutta al singolare. E, tuttavia, il Creatore è Trino e plasma l’uomo maschio e femmina, ovvero plasma la famiglia, che è la prima e fondamentale società. La Dottrina sociale, dunque, prima ancora di esprimersi nella creatura, è da sempre nel seno del Dio tri-personale. È più esatto dire, allora, che la storia della salvezza è a favore del singolo, il quale però si salva con l’aiuto necessario del prossimo. Nei Padri la tensione universale-particolare, moltitudine-individuo è una costante, proprio a motivo della realtà di Dio e delle cose.
Il Monachesimo medievale – quello benedettino in particolare – è forse l’espressione storica più riuscita di una Dottrina sociale applicata al vivere quotidiano. Guardando al fenomeno benedettino è molto facile farsi un’idea veritiera di cosa sia la Dottrina sociale. San Benedetto è riuscito nella sintesi tra universale e individuato: qua è il segreto del suo successo; ovvero ha compreso e trasmesso la verità circa Dio e la creazione. Il santo di Norcia non aveva nessun problema a fuggire dal mondo e dagli uomini, continuando a vivere assieme agli uomini e ai frutti della creazione. Egli sapeva che l’aspetto sociale e cenobitico non era una frattura rispetto all’aspetto individuale eremitico, né si è mai scandalizzato dell’unione tra insegnamento sociale e individuale. In lui convivevano eremo e cenobio, perché Dio è eremo e cenobio.

Nel libro viene dedicato un spazio rilevante a Giuseppe Toniolo. Questo autore oggi o è dimenticato oppure viene trasformato in un progressista, mentre era fautore di un intervento nella società secondo lo spirito di Leone XIII e di Pio X. Cosa può dirci in proposito?

Ho apprezzato, in modo particolare, il Toniolo scrittore, per il suo stile chiaro e sistematico. Toniolo scrive in modo comprensibile di argomenti sui quali è sempre originale. La sua breve storia delle dottrine socialistiche, che ho abbozzato nel mio libro, è più simile a una storia del mondo, tanto le tematiche sono universali. Toniolo mi è sembrato una miniera inesplorata di tesori. Lavoro, economia, politica: sono questi i temi principali del suo studio. Di lavoro, economia e politica se ne parla spesso, ma delle intuizioni geniali di Toniolo, nel merito, molto meno. La sua più che sociologia è scienza sociale. Non va dimenticato che Toniolo è beato. La sua figura di santo sociale è importante in quanto laico e padre di famiglia.

Il titolo di un capitolo del suo libro risulta inusitato: “La morte e la Dottrina sociale della Chiesa”. È un argomento che non viene mai trattato. Qual è la sua importanza?

Non va mai dimenticato che la dottrina o l’insegnamento sociale è inclusa nell’intero insegnamento di Gesù Cristo, che spazia dalla vita alla morte e che non ha parti, ma solo aspetti. La verità, immobile in se stessa, è però orientata nel seno della Ss. Trinità. C’è un exitus, che dal Padre va allo Spirito Santo e un reditus, per il ritorno. Quasi un respiro divino. Exitus e reditus passano per il medium – il Figlio – di modo che la verità ha una sorgente, un pronunciamento e un compimento. Così anche la Dottrina sociale procede dalla verità eterna, pronunciata da Colui che si rivela come Alfa e Omega. Più che la morte, la Dottrina sociale ha in sé non solo la fonte e il logos, ma pure il compimento, la consumazione, la fine. Le società – fossero le famiglie, i corpi sociali, le nazioni o gli stati – hanno una causa efficiente, ma anche una causa finale, che è quella di andare a perfezione, ossia rendere la gloria a Dio e raggiungere la beatitudine nei singoli. La morte è importante non solo come categoria morale e sociale (“non uccidere”), ma come realtà escatologica, come ritorno all’origine, come abbandono della città terrena e come ingresso nella città di Dio. La morte può essere semplicemente e carnalmente thanatos, oppure farsi carico di un pathos ultraterreno che, pur tremendo, pur terribile, accende la vita e la speranza nella Gerusalemme celeste.

Lei dedica attenzione anche a Maritain. Il personalismo cristiano ha aiutato la Dottrina sociale della Chiesa o l’ha messa in difficoltà?

Le mie considerazioni su Maritain e sul personalismo vanno lette dentro una serie di lavori prodotti dall’Osservatorio Van Thuân, di cui faccio parte. La questione, a nostro modo di vedere, è molto semplice. L’antropologia, la scienza dell’uomo, lo studio della persona, sono discipline meravigliose – se osservate però dal punto di vista di Dio, con Dio al centro. L’antropologia e il personalismo del XX secolo sono spurie, a seguito della “svolta antropologica”, che ha messo l’uomo al centro e Dio, se non in periferia, in un luogo non chiaramente specificato. Il problema è tutto qui: un’antropologia o un personalismo estranei alla metafisica e alla filosofia cristiana conducono all’ambiguità o ad un concetto erroneo dell’uomo e della persona. Erroneo rispetto al magistero. La mia critica, in particolare, è nei confronti del primo Maritain, autore di Umanesimo integrale. Nell’opera, Maritain scrive con l’intenzione di rifarsi alla dottrina di san Tommaso d’Aquino, ma nei fatti ne disconosce l’antropologia e la scienza sociale, dando inizio al noto fenomeno della frattura tra ambito sacro e profano del cattolico in politica. In Umanesimo integrale c’è anche una critica al Medioevo cristiano, ritenuto ingenuo da Maritain e troppo teocentrico, troppo sacrale. Sulle basi di questo tipo di teologia antropocentrica, che Maritain condivide con altri autori novecenteschi, si è consolidato un concetto di persona debole, divisa e in disaccordo con se medesima, sdoppiata quanto all’azione e incerta nel pensiero.

Come valuta l’utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa nella Chiesa di oggi?

La Dottrina sociale odierna, per un gran numero di motivi, ha finito per assumere le suggestioni della svolta antropologica e del personalismo in senso debole. Giovanni Paolo II, con il suo personalismo ontologico, ha cercato d’invertire la tendenza, riaffermando l’uomo della Genesi, ad immagine e somiglianza di Dio. Il personalismo di papa Wojtyła, pur influenzato dai pensatori francesi e tedeschi del Novecento, ha comunque una propria originale teoria dell’atto umano, che rivela la persona. L’importanza essenziale dell’atto, tra l’altro, emerge chiaramente nella sua enciclica Veritatis splendor. La persona compie l’atto con il corpo: per mezzo di questa teologia del corpo, Wojtyła sottomette la creatura al Creatore del corpo, dunque a Dio. Questo ritorno a Dio di Giovanni Paolo II (sostenuto poi da Benedetto XVI) o, perlomeno, questo tentativo di ritorno al teocentrismo, non ha avuto molto successo nel confronto con il personalismo spurio, mai tramontato. La Dottrina sociale contemporanea è mortificata, poiché è tornata antropocentrica, per cui gli atti e i pensieri dell’uomo si relativizzano alla storia, piuttosto che assolutizzarsi in Dio. Ma in questo modo si esce dalla Dottrina sociale, più che mortificarla.

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