Roberto Seregni e Giuseppe Di Stefano firmano “Incontri in spirito e verità” (Àncora editrice), un volume che si muove nel solco della tradizione evangelica per restituirla con un linguaggio vivo, capace di parlare al lettore contemporaneo. Due percorsi sacerdotali differenti — quello di Seregni, prete della diocesi di Como oggi missionario “Fidei donum” nella periferia Nord di Lima e quello del terziario francescano Di Stefano, presbitero dell’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela – si intrecciano in una narrazione che ha il respiro dell’esperienza pastorale e la profondità della riflessione spirituale.
Fin dalle prime pagine, la prefazione chiarisce l’orizzonte del libro: la fede non nasce da un’adesione intellettuale, ma da un incontro personale. Non si tratta tanto di comprendere, quanto di lasciarsi toccare; non di accumulare risposte, ma di accogliere una presenza capace di trasformare la vita. È una dichiarazione di intenti che attraversa l’intero volume.
Con una scrittura fluida e coinvolgente, gli autori accompagnano il lettore in una serie di “faccia a faccia” tra l’uomo e Dio, in cui la verità non è mai un concetto astratto, ma una persona da incontrare. Le pagine si animano così di figure evangeliche che diventano specchi esistenziali.
Tra gli episodi più intensi emerge quello della Samaritana al pozzo: una scena riletta come dinamica del desiderio, dove alla sete materiale si sovrappone, quasi senza che la protagonista se ne accorga, una sete più profonda.
Gesù non giudica la sua storia, segnata da relazioni fragili, ma la attraversa conducendola a una trasparenza interiore che apre alla grazia. È qui che “spirito” e “verità” si incontrano nella concretezza della vita quotidiana.
Nicodemo, invece, incarna l’inquietudine dell’intellettuale: uomo delle certezze, sceglie la notte per esporsi al dubbio. Nella sua figura si riflette la pazienza di Dio di fronte alle resistenze umane. Il suo percorso suggerisce che non è mai troppo tardi per “nascere dall’alto”, a condizione di coltivare l’umiltà delle domande autentiche.
Non meno significativa è la rilettura del cieco nato: la sua guarigione non è soltanto fisica, ma anche sociale e spirituale. Mentre i sapienti si perdono in dispute sul peccato, lui si limita a una constatazione essenziale: «Ero cieco e ora ci vedo». È la forza di una fede semplice, capace di scardinare le rigidità di una religiosità formale.
Il libro riesce a tenere insieme esegesi biblica e sensibilità pastorale, evitando il rischio di una spiritualità disincarnata. I personaggi del Vangelo non restano confinati nel passato, ma diventano interlocutori del presente, figure in cui il lettore può riconoscere le proprie fatiche, le proprie domande e le proprie attese.
Particolarmente vibrante è il capitolo dedicato a Simon Pietro. Qui gli Autori restituiscono un apostolo privo di retorica: un uomo che affonda nelle proprie paure e che proprio in quella fragilità scopre la possibilità dell’incontro. Il dialogo sul lago di Tiberiade diventa così una chiave di lettura dell’intero testo: la verità di una persona non coincide con i suoi successi, ma con la sua disponibilità a lasciarsi amare, anche dentro le proprie cadute.
“Incontri in spirito e verità” si configura, in definitiva, come un invito a una fede che non evade la realtà, ma la attraversa. Non offre risposte preconfezionate, ma educa lo sguardo a riconoscere le domande decisive.
Il merito più grande del libro sta forse proprio qui: nel riportare la fede alla sua dimensione originaria di incontro. In un tempo segnato da rumore, velocità e spesso anche da una religiosità superficiale o irrigidita, Seregni e Di Stefano indicano una via più esigente ma anche più autentica: quella della relazione. Una relazione che non elimina le fragilità, ma le assume come punto di partenza.
Ne emerge un cristianesimo concreto, umano, e soprattutto un messaggio chiaro: la Verità non si possiede, si incontra. E ogni incontro con la Verità, quando è reale, lascia una traccia che cambia lo sguardo su di sé e sul mondo.
