Donne di sabbia

Nel Prologo un’ex prostituta (nel libro è chiamata Lei) vive alla periferia di Lima, in un luogo violento, dove alla periferia le baracche sono piene di disperati provenienti dalle Ande. Immondizia in strada, puzza che intossica, carenza di mezzi di trasporto.

Ora presta servizio in sportelli di ascolto e, dopo aver appreso dalla radio la notizia di una vittima di violenza ammazzata sull’autostrada col corpo straziato usato da molto uomini, anche a fini di guadagno, ora parla, per la rinascita di quelle donne di provenienze diverse, ma tutte con cicatrici simboli di violenze inesprimibili.

Una ragazzina (Soledad) racconta quanto avvenuto: oltre ad essere stata violentata, il conducente di un mototaxi le ruba la macchina e, trasportata per recarsi all’asilo, vede la collina piena di immondizia, con discariche abusive (il sindaco aveva venduto i camion e si era intascato i soldi) e bambini che portano a casa lattine, carta e plastica per poi venderli. In cima tralicci con l’alta tensione, e sotto le mine inesplose della guerra civile, per cui qualche bambino era morto mentre cercava il pallone da calcio ed altri bambini con malformazioni, che morivano dopo poco, oppure restavano emarginati.

Partorisce in una clinica ed assiste ad una scena raccapricciante: un bambino affetto da acefalia vive quattro ore, viene messo in una piccola bara bianca, portata a fatica da un giovane padre, che sembra un ragazzino. Soledad si confida con la maestra, spiegando che incinta dopo tre mesi che ha conosciuto José Carlos, vivono in quattro in una camera stretta di loro proprietà. Confidando nell’amica che le dà fiducia confessa che il marito si approfitta, si prende gioco di lei. L’educatrice (Lei) le tende un abbraccio. Soledad nel secondo incontro ha capito che il cambiamento dipende da lei, mentre le altre donne subiscono.

Mentre si verifica un numero esuberante di richiedenti asilo provenienti dalla rotta balcanica, di morti nel Mediterraneo, in cui c’è chi specula e chi accoglie per contrastare la criminalità e giovani ragazze nigeriane finiscono come prostitute sfruttate nel nostro Paese, Lei continua il suo lavoro. Nella fila del Centro di Ascolto della Caritas individua una donna che si lamenta e la raggiunge. Innocence narra così la sua vita: parte dalla Nigeria, dove il padre la maltratta, per andare in Francia come commessa in un negozio di prodotti africani. Il viaggio è pagato dalla sorella della signora, titolare del negozio. L’autobus è strapieno di altre persone in pessime condizioni e dopo molte traversie, si ritrova nel deserto, con cadaveri di cui nessuno più si sarebbe occupato. In Libia a tutte le ragazze è proposta la prostituzione: terrorizzata, è costretta per otto mesi a subirla. È stuprata persino dal capo dei custodi e i poliziotti la chiamano “puttana”, se ne approfittano nel parcheggio. Tra le braccia di Lei con fermezza dice che bisogna dire la verità a tutte le ragazze nigeriane, come pure gli uomini devono sapere cosa significa stare in strada.

Dashuri, giovane albanese, giunge al centro accompagnata e l’operatrice ascolta la sua storia. Costretta dal padre a lasciare la casa, lavora in un supermercato, si sposa, il marito Luan la porta a Rimini per accudire due anziani, ma deve lasciare il lavoro perché lo stipendio è pagato dai figli della coppia a Luan. Il secondo lavoro come lavapiatti è estenuante per le ore richieste, insultata; un altro impiego come badante la porta a 76 ore settimanali (per tre anni). Zorina, un’amica moldava, la aiuta nel viaggio verso Cesena dalla zia attraverso il numero di telefono della sorella Ada, il cui marito però impedisce il rapporto con la sorella dopo aver appreso da Luan che Dashuri è una “sguattera”. Ada la mette in contatto con il centro antiviolenza. Con Lei comincia a prendere decisioni sulla sua vita e supera persino il colloquio di iscrizione al corso professionale. Colpita da un’infezione ai denti e alla mascella, grazie all’interessamento di Lei , viene seguita gratuitamente da un dentista, a cui si abitua a recarsi in pulman da sola grazie agli accorgimenti suggeriti dall’operatrice. Il messaggio di ringraziamento commuove Lei.

Il caso di Laeticia è espresso dall’educatrice che l’ha seguita da quasi due anni. Ha un ritardo conoscitivo dovuto ai traumi subiti nella prima infanzia. La causa è la trascuratezza della madre Dalila con esperienze di droga: ha tre figli (Gabriel, Cécile ha poco meno di un anno, Laeticia tre anni). Il padre è pedofilo e sevizia le figlie.

I servizi sociali li assistono economicamente, trovano un lavoro per Dalila, decidono che può occuparsi autonomamente dei figli, ma è immatura. Laeticia a scuola ha attacchi di panico, ripete la terza media e la psicologa non capisce i motivi e lascia l’incarico che viene affidato a Lei che scopre che l’assistente che l’ha preceduta si dedicava ai lavori di casa e non al suo dovere specifico; inoltre Laeticia ha l’educatrice, mentre Cécile non è seguita da nessuno, sebbene abbia gli stessi incubi e problemi. Lei riesce a poco a poco a conquistare la loro fiducia e trascorre i tre pomeriggi a disposizione in modi diversi: il primo lo dedica a Cécile, in biblioteca comunale a fare i compiti o leggere insieme libri scelti da Cécile.

Il secondo pomeriggio è per entrambe, abituandole a lavori domestici e igiene personale. Il terzo pomeriggio solo per Laeticia adolescente: al parco pubblico o al mare, Laeticia parla e confessa che il padre picchia la madre e che non ha ricordi chiari del passato, perché ha dei buchi…rimangono le scemenze.

Un pomeriggio invernale escono al buio; Laeticia ha sedici anni, fuma, dice che ha avuto un rapporto con Vincenzo, non per obbligo, ma di volontà ed è contenta. Era l’ultima volta che l’educatrice poteva intrattenersi, perché le ragazze erano cresciute e non avevano più bisogno. L’unica ad essere dispiaciuta fu Cécile che pianse a lungo. Si rividero al reparto maternità: Lei, felice, ha partorito la seconda figlia; Laeticia al nido sta allattando Margherita; poco dopo Laeticia scompare, senza salutarla.

Lei il sabato, dopo aver svolto i lavori domestici, si reca a una mostra di un artista “profeta del moderno”. Con l’amica Aurora entra nel museo (un piccolo palazzo del Duecento); negli interni affreschi, stucchi, con immagini di annegamenti, modelle muscolose poco vestite. Al piano interrato il monitor trasmette immagini del Niger tra la sabbia del deserto e poi primi piani di donne, fotografate in modo che venga fuori la vera essenza di ognuna. Lei coglie tutti gli aspetti: i volti, gli sguardi che indicano la fame, la fatica, la miseria, persino la canzone che aveva sentito da Laeticia. Esce sorridente con l’amica, ma ormai sa la direzione da prendere: avrebbe scritto quello che aveva visto con rabbia.

Nella Postfazione l’avv. Caterina Boca, legal advisor Ufficio Politiche Migratorie e Protezione Internazionale Caritas Italiana rivela come nel libro non solo si narrano i drammi vissuti dalle ragazze, ma anche le paure, le gioie e le speranze di chi lavora con le vittime, spesso con risorse insufficienti e progetti precari a termine, il che rende difficile il lavoro. Eppure il vero riscatto nasce quando le vittime, ben accompagnate, sono in grado di ripartire da sole.

Il libro mette in rilievo dal vivo i drammatici episodi di violenza femminile per lo più ignorati dal mondo contemporaneo e suggerisce il modo in cui si può collaborare per restituire dignità a persone sfruttate e maltrattate.

Laura Cappellazzo DONNE DI SABBIA – Paoline – euro 16.00

Gabriella Stucchi ©

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