Il terremoto del 1976 che travolse il Friuli, è stato una delle pagine più dolorose della storia recente del nostro Paese. Una sequenza infinita di tremende scosse, iniziate la sera del 6 Maggio ai piedi del Monte San Simeone e culminate nello sciame sismico di Settembre che abbattè ciò che il primo sommovimento aveva risparmiato. Il bilancio, drammatico, fu di 1.000 morti, 3.000 feriti e un tessuto economico devastato con 18.000 case distrutte e 6.500 imprese in ginocchio. Attraverso interviste esclusive e testimonianze dirette, Vareseinluce ripercorre la mobilitazione dei soccorritori varesini, protagonisti di una catena di aiuti dai quali sarebbe nata, di lì a poco, quella Protezione Civile che avrebbe poi fatto scuola in molti altri Paesi. Non a caso fu proprio un varesino, il deputato democristiano Giuseppe Zamberletti (1933-2019) a creare il Dipartimento della protezione civile presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, distinguendo l’attività di previsione e prevenzione da quella di soccorso.
Il terremoto del Friuli del 1976 non è stato solo una tragedia, ma il “Big Bang” del soccorso tecnico in Italia. L’intervento d’emergenza dei tecnici dell’Aem (Azienda elettrica milanese) tra le macerie friulane abbia ispirato Giuseppe Zamberletti a superare il modello militare per creare l’attuale Protezione Civile. Attraverso le testimonianze ricostruiamo cinquant’anni di evoluzione: da squadra tecnica d’emergenza a pilastro della Colonna Mobile Nazionale, oggi attiva con 160 volontari e sedi in tutta Italia.
Il terremoto del 1976 in Friuli Venezia Giulia rappresenta uno spartiacque nella storia della gestione delle emergenze in Italia. In poche ore, un intero territorio si ritrova devastato a intervenire sono l’Esercito, la Croce Rossa e i Vigili del Fuoco, impegnati a soccorrere una popolazione duramente colpita. Ma è proprio in quel contesto drammatico che prende forma qualcosa di nuovo l’embrione di quella che diventerà, negli anni successivi, la Protezione Civile.
Fino ad allora, il sistema dei soccorsi era fortemente legato a modelli tradizionali, con un ruolo centrale delle Forze Armate. Il Friuli segna invece l’inizio di un cambiamento. Nominato Commissario straordinario per l’emergenza Giuseppe Zamberletti intuisce che il futuro non può più basarsi esclusivamente sui giovani della leva militare, ma servono organizzazione, coordinamento e soprattutto il coinvolgimento dei cittadini. È da questa visione che nasceranno i gruppi comunali e il modello moderno di Protezione Civile, fondato su prevenzione, pianificazione e volontariato.
A raccontare quei giorni è Roberto Airoldi, di Merate, dipendente Aem (Azienda elettrica milanese) dal 1966, oggi volontario di grande esperienza, insieme al sondriese Roberto Corona, attuale presidente dell’Associazione Volontari di Protezione Civile del Gruppo A2A (subentrato all’Aem). «Nel 1976 si partiva in completa autonomia – ricorda Corona – soprattutto gli Alpini, da sempre guidati dallo spirito di corpo, di solidarietà, spesso con mezzi propri, cercando di portare tutto il materiale possibile. L’unica presenza strutturata era quella dell’Esercito».
In quel contesto si inserisce anche l’esperienza dell’Aem, tra le prime realtà industriali a intervenire non solo con aiuti materiali, ma con squadre tecniche specializzate. Elettricisti, idraulici e operai partono per il Friuli con l’obiettivo di ripristinare reti elettriche e servizi essenziali in aiuto di distributori locali. Un contributo che si dimostra decisivo.
Zamberletti comprende subito il valore di quell’azienda milanese. La gestione di un’emergenza complessa richiede competenze tecniche avanzate e una struttura organizzata. L’Aem diventa così un interlocutore chiave nella gestione dei soccorsi tecnici di emergenza. L’efficienza dimostrata sul campo costituirà un modello per le future “colonne mobili” della Protezione Civile, segnando l’inizio dell’integrazione tra volontariato specializzato e grandi realtà pubbliche.
È in questo contesto che nasce il nucleo dei volontari della Protezione Civile Aem, grazie anche all’impulso di Gianmaria Salvi e dell’ingegner Giorgio Soldadino. Un’esperienza pionieristica che si svilupperà negli anni sotto la guida e l’impostazione tracciata da Zamberletti.
«Quando il Commissario ci vide operare – racconta ancora Airoldi – capì subito che sapevamo come muoverci, anche senza un coordinamento strutturato». Da quell’intuizione nacque quel rapporto solido tra istituzioni ed aziende che tuttora caratterizza la Protezione civile.
Il primo punto operativo per i volontari Aem venne allestito in via Amari, a Milano, con mezzi messi a disposizione dall’azienda insieme a dipendenti in grado d’intervenire. Da lì si svilupperà poi una vera e propria linea organizzativa: un gruppo formato da personale tecnico, capace di intervenire anche in ambiti complessi come oggi, per esempio, sulle bonifiche fluviali.
Il terremoto del Friuli resta dunque il punto di partenza. Un percorso che si consolida negli anni Ottanta, anche grazie all’esperienza dell’Irpinia, fino alla strutturazione definitiva della Protezione Civile moderna. Con la trasformazione di Aem e la nascita di A2A, nel 2000 il Gruppo volontari si costituisce formalmente in associazione e diventa Gruppo A2A.
Oggi l’Associazione Volontari di Protezione Civile A2A conta circa 160 membri (dipendenti A2A, ex dipendenti e professionisti esterni), è ente del Terzo settore ed è guidata da Roberto Corona, che nel 2019 ha raccolto il testimone da Luigi Bossi, storico presidente. È inserita nella Colonna mobile nazionale in capo al Dipartimento e opera anche come Colonna mobile a livello regionale in Lombardia, Calabria e, con un distaccamento, anche in Sicilia. Il parco mezzi è particolarmente importante, con veicoli a motore e rimorchi, in parte di proprietà e in parte concessi in comodato d’uso. A disposizione ha anche gruppi elettrogeni per una potenza complessiva di 3 megawatt e la capacità tecnica di allestire impianti per diversi campi di emergenza.
La strategia è chiara: individuare le aree più critiche e sviluppare una rete di sedi operative in grado di intervenire rapidamente. Oggi la struttura vede la Presidenza in via Lampedusa, un polo logistico nella zona della Stazione di San Cristoforo, un centro di formazione di Protezione Civile a Lovero, in provincia di Sondrio, e una sede a Pontevico, nel bresciano. Sempre a Brescia è in fase di allestimento, grazie a un progetto di riqualificazione di A2A, una nuova sede che potrà operare in emergenza come coordinamento per l’intera area metropolitana.
La presenza si estende anche al Sud, con sedi a Crotone, Catanzaro e San Filippo del Mela, nel messinese, oltre a una nuova struttura che sta crescendo a Gissi, in Abruzzo. Completano la rete una sede in Friuli Venezia Giulia, legata alle origini dell’associazione e una in Piemonte, entrambe ancora da realizzare.
Il legame con il Friuli resta vivo anche nella memoria. Lo ricorda Roberto Corona, che nel 2016, in occasione del quarantennale del terremoto, partecipò a Cavazzo Carnico all’allestimento di una tensostruttura commemorativa insieme al sindaco, Gianni Borghi e vice sindaco, Dario Iuri. «È stato un momento importante condiviso con il territorio per ricordare l’impegno dell’azienda e dei dipendenti intervenuti quarant’anni prima», rammenta Corona.
La storia della Protezione Civile s’intreccia con quella di A2A ed entrambe con la visione di Giuseppe Zamberletti, che per primo comprese come rispondere all’emergenza con un’apparato di pronto intervento basato su solidarietà e precise competenze. (continua 6 Maggio)
