Varesini nella tragedia del terremoto del Friuli: il racconto di Angelo Galmarini Alpino tradatese

Il terremoto del 1976 che travolse il Friuli, segnando una delle pagine più dolorose della storia del nostro Paese. Una sequenza infinita iniziata la sera del 6 Maggio ai piedi del Monte San Simeone e culminata nello sciame sismico di Settembre, capace di abbattere ciò che la prima scossa aveva risparmiato. Il bilancio, ancora oggi drammatico, parla di 1.000 morti, 3.000 feriti e un tessuto economico devastato: 18.000 case distrutte e 6.500 imprese in ginocchio. Attraverso interviste esclusive e testimonianze dirette, Vareseinluceripercorre la mobilitazione dei soccorritori varesini, protagonisti di una catena di aiuti che fu il primo embrione della moderna Protezione Civile

Aveva 21 anni Angelo Galmarini, giovane di Tradate impegnato nel servizio di leva negli Alpini, quando il 15 Settembre 1976 una seconda, violentissima scossa di terremoto colpì il Friuli. In pochi giorni la sua vita cambiò direzione: dalla caserma del Battaglione Bassano si trovò catapultato nelle alle devastate, da un servizio militare ordinario a una missione umanitaria piuttosto impegnativa.

Per l’esperienza di carpentiere in ferro, fu assegnato al battaglione genio pionieri Orta di Trento e inviato immediatamente al campo base di Venzone, che sorgeva a poche centinaia di metri da una caserma completamente distrutta, simbolo tangibile della forza del sisma.

Il trasferimento a Moggio Udinese, lungo la strada per Tarvisio, segnò l’inizio del lavoro quotidiano tra le frazioni della Val Aupa. Lì, tra macerie e silenzi carichi di dolore, emergeva però con forza un tratto distintivo della popolazione: nessuno voleva andarsene. Restare, difendere la propria terra e i propri animali era una scelta di identità.

Da questa esigenza nacque una soluzione concreta. Un falegname originario del luogo ideò un progetto di casette in legno, semplici ma funzionali, adattabili agli spazi disponibili. Il piano venne approvato dal commissario Giuseppe Zamberletti e diede il via a una ricostruzione che non conosceva pause.

Muratori e carpentieri lavoravano senza sosta: i primi realizzavano i basamenti, i secondi – tra cui lo stesso Galmarini – tagliavano e assemblavano il legno con precisione, elettricisti ed idraulici completavano l’opera. In pochi mesi, tra Ottobre e Gennaio, vennero costruite 96 abitazioni che rappresentavano la volontà ferrea delle popolazioni del luogo di raggiungere una nuova normalità.

Nella valle operavano circa 130 Alpini, parte di un contingente ben più ampio. Ma più dei numeri contava lo spirito: militari e civili fianco a fianco, uniti dallo stesso obiettivo. Le distanze si annullavano nel lavoro quotidiano e nei momenti condivisi.

A mezzogiorno, attorno a un grande tavolo, si ritrovavano insieme: polenta, brovada, il frico, tipico piatto friulano preparato con patate e formaggi fusi in padella, salame, formaggi. Piatti semplici preparati e consumati in spirito fraterno. Le giornate iniziavano all’alba, nel freddo pungente, sui camion. Eppure, all’arrivo, non mancava mai un gesto di accoglienza: un caffè caldo, un sorso di grappa. A metà mattina, un panino e un bicchiere di vino.

Tra i ricordi di Galmarini emerge anche l’incontro inatteso a Dordolla, mentre lavorava alla sistemazione di una casa. Alle sue spalle comparvero il generale delle truppe alpine Gallarotti e il commissario Zamberletti. Una domanda semplice: “Come va?” e una risposta altrettanto essenziale: “Bene”. Una parola che racchiudeva fatica, determinazione e senso del dovere.

In quei giorni anche il rapporto con i superiori cambiò volto. Meno formalità, più vicinanza. Non era solo servizio militare: era un impegno civile, condiviso.

La seconda scossa aveva aggravato i danni, cancellando parte del lavoro già svolto. Ma non la volontà di ripartire. La popolazione friulana mostrò una forza silenziosa e ostinata, trasformando la tragedia in una spinta alla ricostruzione.

A distanza di quasi cinquant’anni, quel legame non si è spezzato. Galmarini torna ancora in quei luoghi, dove le conoscenze di allora sono diventate amicizie durature. Con i nipoti trascorre le vacanze a Grado e da lì trova sempre un momento per accompagnarli in quelle vallate, trasformando la sua memoria in racconto.

Oggi è capogruppo dell’Associazione Nazionale Alpini di Tradate, nella sezione di Varese, e continua il suo impegno nel volontariato anche attraverso l’associazione Inshuti Italia-Rwanda Odv, fondata nel 2007 dalla moglie Grace Kantengwa, fuggita dalla guerra civile ruandese nel 1959. Dopo aver vissuto per anni in un campo profughi in Uganda, Grace arrivò in Italia grazie all’aiuto di un missionario. L’associazione da lei fondata si occupa di sostenere a distanza bambini e giovani oltre che di formazione professionale con l’obiettivo di aiutare famiglie in difficoltà. Grazie a questa associazione ben 25 giovani sono stati accompagnati fino al conseguimento della laurea.

Il Friuli del 1976 resta così, nel racconto di Galmarini, non solo un ricordo di luoghi devastati, ma l’indelebile memoria di una grande lezione di solidarietà. Dove, tra le macerie, uomini e donne in un’unica comunità hanno scelto di rialzarsi insieme. (continua 5 Maggio)

Didascalia: Angelo Galmarini

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