Il terremoto del 1976 che travolse il Friuli, è stato una delle pagine più dolorose della storia recente del nostro Paese. Una sequenza infinita di tremende scosse, iniziate la sera del 6 Maggio ai piedi del Monte San Simeone e culminate nello sciame sismico di Settembre che abbattè ciò che il primo sommovimento aveva risparmiato. Il bilancio, drammatico, fu di 1.000 morti, 3.000 feriti e un tessuto economico devastato con 18.000 case distrutte e 6.500 imprese in ginocchio. Attraverso interviste esclusive e testimonianze dirette, Vareseinluce ripercorre la mobilitazione dei soccorritori varesini, protagonisti di una catena di aiuti dai quali sarebbe nata, di lì a poco, quella Protezione Civile che avrebbe poi fatto scuola in molti altri Paesi. Non a caso fu proprio un varesino, il deputato democristiano Giuseppe Zamberletti (1933-2019) a creare il Dipartimento della protezione civile presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, distinguendo l’attività di previsione e prevenzione da quella di soccorso.
Il ricordo del Bersagliere Antonio Catalano prosegue la serie di articoli che pubblichiamo dal primo fino al 6 Maggio, data della prima scossa di terremoto. Il terremoto del Friuli del 1976 arrivò nella notte, improvviso e devastante. Antonio Catalano, appena ventenne era sergente del reggimento Terzo Bersaglieri, di stanza a Solbiate Olona, alla base Nato, quando tutto ebbe inizio.
«Erano circa le tre del mattino quando mi svegliarono». ricorda. «Il comandante entrò e ci disse che si partiva subito. Nel giro di poche ore, uomini e mezzi erano già in movimento: Esercito ed Aeronautica, insieme, con tende, brande e viveri, diretti verso il Friuli ferito.
Le mie prime destinazioni furono Pordenone e Sacile, fino ad arrivare a Tarcento, dove operava il mio Reggimento, il Terzo Reggimento Bersaglieri, come detto. Da lì le autocolonne si inoltrarono nei paesi più colpiti. Davanti ai nostri occhi di giovani soldati apparve un paesaggio segnato da macerie e cupi silenzi. Il compito ci fu subito chiaro, difficile e penoso: scavare, controllare le case, cercare eventuali sopravvissuti».
Al giovane sottufficiale e ai suoi commilitoni, dopo pochi giorni, fu affidato un incarico fondamentale: portare acqua nelle tendopoli. Un compito apparentemente semplice, che quotidianamente diventava però aiuto essenziale per chi, avendo perso tutto, non solo doveva dissetarsi, ma anche assicurarsi un minimo d’igiene personale. Il sergente Catalano per più di 6 settimane, ogni giorno ininterrottamente, provvide a distribuire acqua là dove mancava.
Di quei giorni durissimi il Sottufficiale dei fanti piumati ha molti ricordi, ma uno in particolare ha piacere di raccontare. Dice: «Quella mattina, come altre, avevo l’ordine di seguire un percorso preciso per raggiungere alcuni paesi e verificare se avessero necessità di acqua. Lungo la strada nei pressi di Torlano, all’improvviso, sbuca un prete con le maniche della tonaca rimboccate fin quasi alle spalle che, braccia alzate, mi urla: “Ferma barbun!”. Sorpreso e anche un po’ preoccupato ordino all’autista di bloccare il camion. Io fungevo da capo macchina e, seduto a destra, abbasso il finestrino per capire meglio le intenzioni di quel prete così aggressivo.
Ha bisogno d’acqua? chiedo con educazione, ma mantenendomi guardingo. “Da dove vieni”, mi interroga pronunciando le parole in un dialetto che mi era famigliare. Da Arcisate, Varese, dove abito, gli rispondo incuriosito; e lui, di rimando, “Ussignur e mi VeGni de Bisusc “. In breve, quel vulcanico sacerdote era don Ettore Malnati, originario di Bisuschio, al quale era stato affidato il compito di prestare assistenza spirituale alle popolazioni colpite dal sisma, ma che per temperamento e carattere andò poi ben oltre all’aiuto esclusivamente religioso. Nacque subito tra noi un’intesa e un’amicizia che permane tuttora.
Da quel perentorio “Alt, barbun!” per molti giorni successivi con lui ebbi praticamente un appuntamento quotidiano. Ogni mattina uno scambio di parole, una sosta rigenerante in mezzo a tanta distruzione. E non mi fece mai mancare un panino e un bicchiere di vino. Piccolo segno di una grande umanità e attenzione alle persone. Un modo semplice per sottolineare che apprezzava il lavoro dei soccorritori e, forse, anche di un poco più che adolescente in divisa costretto a diventare presto un uomo in mezzo a tanta desolazione».
La storia di Antonio Catalano è anche quella di un ragazzo responsabile chiamato a badare subito a sé stesso rispondendo ad una vocazione precoce: allievo sottufficiale a 16 anni e poi, per altri tre, a formarsi in varie scuole e caserme tra Viterbo e Cesano, al Terzo Reggimento Bersaglieri in Milano, Pisa e Solbiate Olona, fino a raggiungere il grado di sergente maggiore. Otto anni di vita militare e, dopo il congedo, molti altri di lavoro. D’impegnarsi per il prossimo non ha ancora smesso. Oggi il maresciallo Catalano è presidente della sezione varesina dell’Associazione nazionale bersaglieri, che, guarda caso, ha sede proprio in un locale del Municipio di Bisuschio. Lì, con altri commilitoni, si riunisce settimanalmente per organizzare incontri che tengano viva la memoria della storia dei Bersaglieri e mettendo il suo sodalizio anche a servizio di Istituzioni, quando richiesto, per manifestazioni d’interesse pubblico.
A distanza di cinquant’anni, Catalano si troverà presto con altri suoi commilitoni che prestarono soccorso in Friuli. Si rivedranno infatti a Lignano Sabbiadoro, dal 28 al 31 Maggio prossimi, per il raduno nazionale dei Fanti piumati e sfileranno, di corsa, anche nel campo sportivo di Tarcento. Sarà certamente una festosa celebrazione ma anche il ritorno in quei luoghi dove, tra fatica e solidarietà, si è scritta una pagina intensa di storia e di umanità. (continua 3 Maggio)
Didascalia: Bersagliere in congedo Antonio Catalano
