L’Architettura si ripensa complice la pandemia

«Il mio talento è utilizzare la matita per trasformare le idee in realtà». È su questo basilare principio (e regola) su cui si sostanzia la professionalità di Claudia Lattuada, architetto e imprenditrice, da oltre 20 anni attiva nella città di Saronno.

A causa della Pandemia, come molti altri liberi professionisti, Claudia ha dovuto rimodulare la propria attività, reinventandosela.

Appassionata di pittura e dei prodotti in ceramica – come di tutto ciò che si può trasformare con le mani –, l’Architetto saronnese ha colto il tempo della pandemia per assecondare questi suoi due interessi accentuando la specializzazione nell’ Interior Design. Un settore, che si va ad aggiungere agli altri della sua nuova azienda, la “5.1Code”, che dal 2019 si occupa di progettazione architettonica, nuove costruzioni, allestimenti, ristrutturazioni ed arredi.

L’isolamento sociale che in questo ultimo anno ha costretto tutti a modificare il proprio stile di vita, per Claudia è stato un’occasione per rimeditare sugli spazi domestici e lavorativi che, quasi sempre, sono costretti a coesistere. Abbiamo trascorso lunghi mesi nelle abitazioni, diventate luoghi in cui lavorare, studiare, fare sport. In ognuno di noi s’è sviluppato un diverso modo di concepire gli spazi abitativi, un tempo dedicati solo alla vita privata (mangiare, dormire), ma che oggi, assumono una nuova dimensione essendosi trasformati anche in spazi lavorativi.

L’architetto Lattuada, ha compreso che gli spazi devono essere rimodulati per venire incontro alle esigenze che le persone dovranno affrontare nel futuro, anche in caso di impreviste altre emergenze. Il COVID-19 ha riportato in primo piano un dibattito sulla progettazione non solo degli spazi esterni, ma anche di quelli all’interno delle nostre abitazioni. Per le sue competenze l’abbiamo intervistata; ed ecco ciò che ci ha detto.

Come ha affrontato il lavoro nei mesi della pandemia?

«Guardo la realtà con occhi diversi. È stato un punto di svolta. Questo passaggio mi ha permesso di riflettere sulla nuova normalità e su come trasformare il nostro modo di vivere. Sia dentro che fuori. Questa crisi la dobbiamo vedere come un’opportunità. E come interior design e architetto dico che tutti stiamo guardando la casa in modo diverso, stiamo dando un valore alla sua cura. Mentre il settore del Retail è stato colpito dalla pandemia, le vendite di mobili hanno superato il resto dell’economia. E nella progettazione ora stiamo pensando alla nuova organizzazione degli spazi di condivisione, delle funzionalità degli oggetti e del loro flusso tra uno spazio e l’altro. Esiste una ricetta per abitare una casa felice rispettando tre principi di relazione con sé stessi positiva, con il piacere fisico-estetico che la casa ci infonde e il poter conseguire le nostre azioni quotidiane dal lavoro agli hobby, nel rispetto del mondo esterno che dovrà farsi carico della ricostruzione attraverso lo sviluppo, la sostenibilità e la responsabilità di ognuno di noi».

In che modo la pandemia ha cambiato il modo di vivere gli spazi nelle case?

«Ha imposto di avere più attenzione alla quotidianità e di cercare d’immaginare nuovi spazi in equilibrio. Il mondo esterno ci ha obbligato a ridare alla casa un significato primordiale per tutti, a rivedere la prospettiva da fuori a dentro e anche verso la ricerca di nuove abitazioni o più grandi e periferiche o con più verde, con possibilità di spazi esterni, verde-terrazzi. Con lo smart-working abbiamo visto, una decentralizzazione del lavoro a casa, unitamente all’attività fisica. La casa deve contenere, anche in spazi piccoli, funzioni che prima erano distribuite in modo diverso. Ora avvertiamo la necessità di gestire i nostri spazi in modo da avere la giusta divisione tra vita privata e professionale il cui equilibrio ci permette di preservare la salute fisica e mentale».

In che modo la Pademia influenzerà il modo di vivere gli ambienti?

«Il cambiamento che stiamo vivendo è globale ed accelerato. Non è solo disegnare spazi e mobili, ma ridisegnare i modi di vivere. Leggevo oggi un articolo su “La lettura” che sottolineava il fatto che “il Covid-19 ci deve insegnare che l’unico futuro è un ‘futuro condiviso’, che tutto riguarda tutti; e che saremo migliori se abbracceremo il mondo senza dominarlo”. Ecco perché stiamo progettando e studiando nuovi modi abitativi di co-housing, di binomio individuale-collettivo, in cui tutte le azioni del vivere sono guardate in uno spazio circolare, dove tutto è a portata e dove spazi abitativi privati si integrano in spazi comuni per condividere scelte presenti e future».

Lo smart-working è applicabile a questo tipo di professione, a quella dell’architetto, intendiamo?

«Sì, noi architetti abbiamo in questo momento la responsabilità di trovare le strategie corrette per il vivere meglio e andare verso l’altro. In una comunità di progettisti dove il lavoro trasversale con le diverse figure possono interagire tra di loro e lavorare in parte in smart-working. Dobbiamo vedere l’architettura con un approccio con una visione olistica, cioè nella sua visione di insieme, nella sua totalità. Un confronto quotidiano con la nuova realtà, una nuova consapevolezza tra progettazione-ecosostenibile».

In che modo l’architettura può contribuire a vivere la nuova socialità post-pandemia?

«La città dovrà essere vista con una dimensione più essenziale, il modo di vivere la socialità è cambiata e l’architettura è alla ricerca di un diverso metodo per costruire una nuova normalità e, come dicevo prima, per trovare un equilibrato connubio tra sostenibilità ambientale, sociale e soprattutto economica. L’architettura deve ripensare agli spazi, agli edifici, siano essi abitazioni monofamiliari o complessi condominiali, creando luoghi e dimensioni micro-pubblici per lo svolgimento di attività smart-working, fisiche, ricreative e commerciali. Servono nuove tipologie edilizie piacevoli e sostenibili per riscoprire il senso di appartenenza. L’architettura più all’avanguardia si sta muovendo nella direzione della sperimentazione di soluzioni che rendano gli edifici meno vulnerabili, dinamici, flessibili e polifunzionali».

Donatella Salambat ©

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