Dalla Corea alla Terra Santa: i giovani e quel filo invisibile che unisce i popoli divisi

Pubblichiamo la lettera di Adriana Sigilli (titolare di Diomira Viaggi) che tra i preparativi per la GMG 2027 a Seul e il ricordo dei bambini di Betlemme, traccia un accorato parallelismo tra due terre ferite da muri e confini. Una riflessione profonda sul dolore della separazione, ma soprattutto una testimonianza di speranza affidata alle nuove generazioni.

Il mio viaggio in Corea del Sud si intreccia con la Terra Santa: due popoli segnati dalla divisione, un’unica speranza affidata ai giovani che scelgono di essere testimoni di pace.

Le mie ultime ore a Seul sono attraversate da un pensiero che unisce due terre lontane ma sorprendentemente vicine: la Corea del Sud e la Terra Santa, entrambe segnate da divisioni profonde e da un desiderio ostinato di pace che non si spegne. In questo intreccio di storie e ferite, porto nel cuore una riflessione che diventa sempre più urgente.

Sono arrivata in Corea del Sud per preparare la Giornata Mondiale della Gioventù del 2027. In questi giorni ho incontrato un popolo che ha saputo trasformare il dolore della propria storia in una cultura del rispetto, della memoria e della speranza.

Ma il mio pensiero continua a tornare in Terra Santa. Solo pochi giorni fa ho salutato i bambini di Betlemme che, grazie al progetto di Oasi di Pace, hanno trascorso alcune settimane in Italia, lontani, anche se solo per poco, dal muro, dai checkpoint e da una quotidianità segnata dalla paura. Rivedere i loro sorrisi mi ha ricordato quanto sia preziosa la pace quando si vive ogni giorno nell’incertezza.

Passeggiando in una delle vie principali di Seul mi hanno colpito due immagini. Un grande messaggio che invoca la fine della guerra e la pace per la Palestina. Poco più avanti mi sono fermata davanti a una mostra fotografica dedicata alla guerra della Corea ormai divisa e alla distruzione di Seul. Volti, immagini e testimonianze raccontavano il dramma di famiglie separate da oltre settant’anni, di genitori che non hanno più rivisto i propri figli, di fratelli e sorelle che non hanno più avuto notizie gli uni degli altri, di giovani ai quali è stata strappata una parte della loro storia e della loro identità. Una ferita che continua ad attraversare le generazioni e che ricorda quanto sia doloroso vivere dietro un confine che divide invece di unire.

Guardando quelle fotografie ho pensato immediatamente alla Terra Santa. Anche lì ci sono famiglie divise, bambini che crescono conoscendo muri e checkpoint prima ancora della libertà, giovani che vedono il proprio futuro limitato dalla paura, dalla violenza e dall’incertezza. Cambiano i luoghi e le vicende storiche, ma il dolore della separazione ha lo stesso volto.

In Cisgiordania si combatte una guerra silenziosa, che raramente trova spazio nei titoli dei giornali. È una guerra fatta di restrizioni, di posti di blocco che rendono difficile raggiungere un ospedale, una scuola o il proprio lavoro. È una guerra che priva le persone della libertà di vivere una quotidianità normale.  In molte aree della Cisgiordania, comunità palestinesi denunciano da tempo aggressioni, intimidazioni, incendi di terreni, danneggiamenti alle abitazioni e alle proprietà attribuiti a gruppi di coloni estremisti. Sono episodi che alimentano paura e insicurezza e rendono sempre più difficile la vita di tante famiglie. Nel frattempo, gli insediamenti continuano ad espandersi, restringendo gli spazi di vita, le prospettive e la speranza di un intero popolo.

Le prime vittime sono sempre i bambini. Bambini che crescono imparando cosa sono i muri prima ancora di conoscere la libertà. Bambini che sognano semplicemente di poter andare a scuola, giocare e vivere senza paura. 

Eppure, proprio dalla Corea è arrivato anche un segno straordinario di speranza. 

Mentre mi trovavo a Seul, migliaia di  coreani, e tanti giovani  sono partiti per Betlemme per testimoniare la pace. Hanno scelto di essere presenti accanto alla popolazione della Terra Santa, condividendone il dolore, portando la loro vicinanza, la loro preghiera e la loro solidarietà. Con la loro presenza hanno voluto dire che la pace non è un’idea astratta, ma una responsabilità da vivere ogni giorno.

Questo è il volto più bello dei giovani. Giovani che non alimentano l’odio, ma costruiscono ponti. Giovani che scelgono l’incontro invece dell’indifferenza, il dialogo invece della contrapposizione.

La Corea, con la sua storia di divisione, ci insegna che nessun muro può spegnere il desiderio di pace di un popolo. La Terra Santa ci ricorda ogni giorno quanto sia urgente fermare la violenza, restituire dignità alle persone e costruire un futuro fondato sulla giustizia, sul dialogo e sul rispetto reciproco. 

Riparto da Seul con una convinzione ancora più forte: la pace non nasce nei grandi discorsi, ma nei gesti concreti, nella solidarietà, nell’educazione delle nuove generazioni e nel coraggio di chi sceglie di esserci. 

Che il messaggio dei bambini di Betlemme e la testimonianza dei giovani coreani raggiungano il cuore di chi ha la responsabilità delle decisioni. Perché ogni guerra lascia solo macerie, mentre la pace è l’unica strada capace di costruire il futuro. (Adriana Sigilli)

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