Contraddizioni del green pass e i “buchi” di Rai 1

Per prendere in consegna dalla maestra i miei nipoti al termine dell’orario scolastico (frequentano una storica scuola pubblica) ho dovuto mostrare a lungo il green pass. Oggi la solerte insegnante, consapevole che sono in regola, si accontenta di un mio fugace cenno con cui mostro una protuberanza della tasca, segno della presenza del cellulare che custodisce la prova del richiesto certificato verde.

Fin qui nulla da eccepire. Mi chiedo però se nella medesima scuola in cui è stato allestito il seggio elettorale chi di dovere ha provveduto a sterilizzare le aule, le cabine, le matite che passeranno di mano in mano dei numerosi (si spera) elettori. Lo dico in modo ancora più semplice. Per prelevare i miei nipoti sosto non più di un paio, forse tre, minuti. Per votare sono rimasto – e non c’era fila – almeno 15 minuti all’interno del medesimo edificio. Due pesi e due misure.

Ma se non devo portare il virus di Wuhan a scuola perché se varco la sua porta per votare non devo esibire documenti sanitari, mentre mi vengono tassativamente richiesti per fermarmi un paio di minuti a prelevare i miei nipoti? Misteri della fede draghiana. È chiaro: il green pass non è un documento sanitario, ma uno strumento di coercizione di stampo chiaramente politico.

C’è poco da scherzare: se si interpella qualche persona che ha vissuto l’esperienza del “socialismo dal volto umano” ci si sentirà dire che ciò che sta ora accadendo in Italia è da loro già stato provato.

Siamo in una dittatura strisciante che quasi tutto l’apparato massmediatico supporta in modo acritico. Il radiogiornale di Rai 1 di questa mattina, domenica 3 Ottobre, ha completamente ignorato ciò che sta accadendo nelle piazze italiane e a proposito del corteo di Milano (una fiumana di persone) di sabato 2 Ottobre s’è sbrigativamente limitato a dire che sono state fermate otto persone a seguito di disordini. Dispiace che il servizio pubblico non onori il proprio compito.

Alberto Comuzzi ©

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