Altro che legge Zan, senza nascite l’Italia sparisce

Il segretario del Pd, Enrico Letta, è impegnato a difendere la legge del suo parlamentare Alessandro Zan con la quale si intende estendere i “valori” del movimento Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) e la cultura gender. Enrico Letta dovrebbe dare uno sguardo agli indici Istat per capire ciò di cui ha realmente bisogno il nostro Paese.

Nel 2019 sono nati in Italia 420.084 bambini, quasi 20.000 in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156.000 in meno nel confronto con il 2008..Nel 2019 sono nati in Italia 420.084 bambini, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156.000 in meno nel confronto con il 2008.

A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008.

Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità), mentre 32 anni è l’età al parto.

Puntando la lente d’ingrandimento sulla nostra provincia di Varese, i dati sono piuttosto disarmanti. L’indice di natalità, per mille abitanti, era 8.4 nel 2008 ed è sceso a 6,8 nel 2019 (ultimo dato disponibile), più basso di quello nazionale, pari a 7.

Se si tiene poi conto dell’indice di mortalità, che nel 2008 era 10.8 e nel 2019, prima dell’epidemia del virus di Wuhan, era già salito a 11.9, si giunge alla lapalissiana conclusione: più morti e meno nati.

È indiscutibile che la mancanza di lavoro o la precarietà siano fattori determinanti per frenare la costituzione di famiglie e, soprattutto, per mettere al mondo figli.

Sembrano trascorsi anni luce da quando sentivamo le nostre nonne ricordare che «ogni fioeu el vegn al mond cunt el sò cavagneu» («ogni bambino viene al mondo con il suo cestino»). Parole intrise di sconfinata fiducia in quella Provvidenza divina di cui oggi non solo fatichiamo a rammentare l’esistenza, ma addirittura a comprenderne il significato.

Comprese quindi le attenuanti dei tanti giovani che, causa la precarietà, sono costretti a rinunciare ad una propria famiglia, resta però lo sconforto per quell’altra parte di gioventù che, senza limitazioni economiche, non s’impegna a promuovere la vita.

C’è un’aridità del cuore che ha preso il sopravvento nelle società del benessere. Abbiamo cresciuto generazioni di giovani che rinunciano alla paternità e alla maternità perché un figlio, richiedendo attenzione, può comprimere quegli spazi di libertà di cui gode un single.

Ecco è anche questo egoismo che andrebbe ridimensionato. Più facile a dirsi che ha farlo, dopo anni in cui s’è osannata la furbizia a scapito dell’intelligenza, s’è privilegiata l’immagine alla sostanza e s’è premiata l’appartenenza al clan rispetto alla meritocrazia L’orgia dei “Mi piace” nelle pagine di Facebook a quale logica s’ispira?

Dopo la sbornia di un’ideologia progressista che, sedicente amica dell’uomo, ha prodotto guasti gravissimi sotto gli occhi di tutti, qualche primo segnale di rifiuto e d’opposizione alla sua invadenza appare evidente.

L’attenzione che molti giovani stanno mostrando per l’agricoltura, per una vita lontana dai grandi centri abitati e con ritmi più vicini alla natura è un sintomo che nuove correnti di pensiero si stanno affermando.

La politica ha un’occasione formidabile: premiare la natalità sostenendo le coppie aperte alla vita e alla genitorialità. Perdere tale occasione non sarebbe un errore, ma un suicidio.

didascalia: diminuiscono le culle (credit Foto jessicaerichsenkent da Pixabay)

Alberto Comuzzi ©

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