All’Associazione nazionale carabinieri di Varese il generale Cornacchia racconta i suoi anni al Comando Nucleo investigativo di Roma

Il generale dei Carabineri, Antonio Cornacchia (nome di battaglia Airone 1), nel presentare questo pomeriggio – sabato 13 Settembre, nella sede varesina dell’Associazione nazionale carabinieri (via Romagnosi 9) –, i suoi diversi libri, tra cui “Giustizia non fatta” (Armando Curcio Editore, pp.410, € 16), ha colto l’occasione per svelare ai presenti alcuni fatti rilevanti della storia del Paese di cui è stato protagonista.

Introdotto dal presidente dell’Associazione, il tenente Roberto Leonardi, docente di Diritto Amministrativo all’Università degli Studi di Brescia e dopo il caloroso e garbato saluto del comandante provinciale dei Carabinieri, col. Marco Gagliardo, il Generale s’è soffermato su diversi episodi di criminalità che sono rimasti nel ricordo della coscienza collettiva del Paese: gli omicidi di Pasolini, del giornalista Carmine Pecorelli, la fuga di Kappler, fino alle pericolose influenze delle logge massoniche.

Per oltre10 anni al Nucleo investigativo di Roma, Cornacchia ha avuto alle sue dipendenze centinaia di collaboratori che hanno dovuto occuparsi di complesse e drammatiche vicende negli Anni Settanta, quelli della “strategia della tensione” da cui sarebbe poi scaturito il periodo dei cosiddetti “anni di piombo”.

A lui si deve l’arresto di Renato Vallanzasca e dei suoi gregari.

Dopo avere ucciso due agenti della polizia stradale a Dalmine (Bergamo), l’omicida chiese soccorso alla malavita capitolina che gli trovò un rifugio a pochi passi dalla via Cassia.

Cornacchia lo individuerà in tre giorni riuscendo ad arrestare lui e la sua banda.

L’altro episodio su cui s’è soffermato il Generale è il momento in cui decise di aprire il bagagliaio della Renault rosso amaranto parcheggiata in via Caetani il 9 Maggio 1978.

«Ero a poche centinaia di metri dal ministero dell’Istruzione», ha ricordato Cornacchia, «quando ricevetti una telefonata dal Comando che mi segnalava una vettura sospetta parcheggiata in via Michelangelo Caetani. In meno di cinque minuti raggiunsi il luogo della segnalazione e mentre m’aggiravo attorno alla vettura fui raggiunto da una seconda telefonata in cui mi si consigliava di attendere l’intervento degli artificieri. Poiché questi tardavano, decisi di forzare il cofano. La scena che mi si presentò fu straziante. Riconobbi subito l’onorevole Aldo Moro che giaceva rannicchiato con la testa reclinata e la lingua tagliata tra i denti.

Conoscevo molto bene l’illustre Politico perché avevo a lungo tutelato la sicurezza del suo studio, in via Savoia 48, ripetutamente preso di mira, probabilmente da avversari».

Particolare mai rivelato: prima ancora che il Generale intraprendesse la pericolosa carriera nell’Arma, Padre Pio da Pietrelcina, dopo avergli amministrato l’Eucaristia, gli pose una mano sulla spalla e un confratello del santo Religioso gli confidò più tardi: «Tu sei stato benedetto da Padre Pio che ha previsto per te una carriera fino ai più alti gradi».

Se la nostra storia è tuttora costellata di tanti misteri, va dato atto al generale Antonio Cornacchia di avere contribuito a svelarne più d’uno negli anni della sua responsabilità al Comando del Nucleo Investigativo di Roma.

Didascalia: da sinistra, colonnello Marco Gagliardo, generale Antonio Cornacchia e prof. Roberto Leonardi

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