A 50 anni dal terremoto del Friuli le testimonianze dei varesini coinvolti nei soccorsi

Il terremoto del 1976 che travolse il Friuli, è stato una delle pagine più dolorose della storia recente del nostro Paese. Una sequenza infinita di tremende scosse, iniziate la sera del 6 Maggio ai piedi del Monte San Simeone e culminate nello sciame sismico di Settembre che abbattè ciò che il primo sommovimento aveva risparmiato. Il bilancio, drammatico, fu di 1.000 morti, 3.000 feriti e un tessuto economico devastato con 18.000 case distrutte e 6.500 imprese in ginocchio. Attraverso interviste esclusive e testimonianze dirette, Vareseinluce ripercorre la mobilitazione dei soccorritori varesini, protagonisti di una catena di aiuti dai quali sarebbe nata, di lì a poco, quella Protezione Civile che avrebbe poi fatto scuola in molti altri Paesi. Non a caso fu proprio un varesino, il deputato democristiano Giuseppe Zamberletti (1933-2019) a creare il Dipartimento della protezione civile presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, distinguendo l’attività di previsione e prevenzione da quella di soccorso.

L’intervista all’alpino Franco Montalto apre la serie di articoli che pubblichiamo da oggi fino al 6 Maggio, data della prima scossa di terremoto.

Il presidente dell’ANA (Associazione nazionale alpini) di Varese, Franco Montalto, ripercorrendo i mesi della ricostruzione a Cavazzo Carnico confida che proprio lì, nel piccolo comune carnico, «è nato un legame che, nella fatica silenziosa, non si è mai spezzato».

Il ricordo del terremoto del 1976 non è solo la memoria di una ferita profonda per l’Italia, ma è la cronaca di una mobilitazione che ha segnato la nascita della moderna Protezione Civile.

Montalto, restauratore di opere lignee e uomo che unisce alla perizia artigiana una profonda dedizione ai valori associativi (già capogruppo a Busto Arsizio e oggi al suo terzo mandato alla guida dei 77 gruppi della provincia), ci guida in un viaggio a ritroso nel tempo, tra polvere, macerie e una straordinaria dignità.

«Le notizie iniziarono a diffondersi tra la notte del 6 e il 7 Maggio 1976», esordisce Montalto. La reazione della Sezione di Varese fu immediata: l’8 Maggio partì il primo appello ai Gruppi per una sottoscrizione economica. Il 24 Maggio, il generale Giacomo Ferrero, allora presidente della Sezione, illustrò il piano d’intervento nazionale dell’A.N.A.: dieci cantieri per riattivare il maggior numero possibile di case.

«Fu un impegno superiore a ogni aspettativa», spiega Montalto. «Varese fu assegnata al Cantiere n. 9, inizialmente previsto a Resia, insieme alle sezioni di Como, Luino, Domodossola, Omegna, Intra e Novara».

In un’epoca priva di messaggistica istantanea, il coordinamento fu un miracolo di efficienza logistica. «Tutto passava per le linee telefoniche fisse e gli incontri di persona con i Capigruppo. Fondamentali furono i radioamatori e il raccordo costante con le Prefetture».

Dopo un sopralluogo della delegazione varesina guidata dal generale Ferrero, la destinazione cambiò: il cuore dell’intervento sarebbe stato Cavazzo Carnico. Per informare i soci, venne stampato un numero speciale del periodico «Penne Nere», distribuito porta a porta. Il 13 Giugno la colonna partì: un autotreno con 300 quintali di materiali e un bus con i primi 15 volontari.

L’arrivo al Cantiere n. 9 fu l’incontro con il nulla: «Il 14 Giugno il cantiere era solo un prato». Eppure, in soli tre giorni, gli Alpini alzarono dormitori per 104 persone, depositi, servizi igienici e lavatoi. A fine Luglio, 100 case erano già state rese abitabili.

«Alla fine dell’estate le case riparate furono 200, grazie a circa 100.000 ore di lavoro volontario», ricorda con orgoglio il Presidente. Ma il destino mise i volontari alla prova: le terribili scosse di metà Settembre danneggiarono gran parte di quanto appena ricostruito. «Non ci fermammo: il Cantiere n. 9 divenne l’alloggio per gli sfollati e l’ufficio di cantiere ospitò persino il municipio del paese».

I dati finali della mobilitazione varesina e delle sezioni consorelle parlano di un esercito di solidarietà:  Sezione di Varese: 349 volontari; Domodossola: 64; Como: 6; Omegna: 53; Luino: 43; Intra: 34; Novara: 9

Ma oltre i numeri, resta il fattore umano. «Il Friuli è terra di Alpini proprio come il Varesotto», conclude Montalto. «L’incontro con la popolazione locale fu immediato. Si parlava la stessa lingua: quella della fatica silenziosa e della dignità. Quel dono gratuito di tempo e risorse ha creato un legame fraterno che, dopo quasi cinquant’anni, non si è mai allentato». (continua 2 Maggio)

Didascalia: al centro presidente dell’ANA (Associazione nazionale alpini) di Varese, Franco Montalto

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